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Nini Ferrara in arte Yūrei, e quel modo di dipingere con l’Anima

C’è una gentilezza nell’arte di Nini Ferrara che non si spiega con le parole. Si percepisce. Come un vento che non si vede ma muove tutto ciò che tocca — e lascia, dopo il suo passaggio, qualcosa di irreversibilmente cambiato.

L’arte vera non appartiene alla materia. La attraversa, la abita per un tempo, la plasma dall’interno — e poi la trascende. È questa la natura dell’opera di Nini Ferrara, artista multiforme che il mondo conosce con il nome d’arte Yūrei: uno spettro, in giapponese. Uno spirito che non trova pace finché non ha detto ciò che deve dire. Un’immagine che gli calza con precisione rara.

Dal teatro alla scrittura, dalla pittura alla scultura, Yūrei attraversa i linguaggi senza appartenervi del tutto — come chi sa che nessun medium, da solo, è abbastanza grande per contenere quello che ha da esprimere. La sua voce è lo spirito del tempo: impalpabile, eppure così vero da lasciare un’impronta permanente in chi lo incontra.

Qualcuno ha detto che la sua mano possiede la lievità del fantasma. Qualcun altro: un’estensione d’anima che anela all’infinito. Forse sono entrambe descrizioni troppo piccole per una tela.

Mani che toccano, mani che prendono, mani che ricevono, mani che accarezzano — anche l’anima. Una sensibilità estrema, quasi infantile, poco incline al tempo dell’adulto — quel tempo rigido e duro, indifferente al mistero. È questa la cifra più riconoscibile di Yūrei: una presenza nell’opera che non urla, non rivendica, non dimostra. Sussurra. E proprio per questo, rimane.

La storia di Nini Ferrara è quella di chi ha scelto la fiamma quando avrebbe potuto scegliere la sicurezza. Mancato medico — perché in lui ardeva forte qualcosa che l’università non poteva contenere — si diploma nel 1992 presso la Scuola di Teatro dell’Istituto Nazionale del Dramma Antico, sotto la presidenza del Prof. Giusto Monaco e la direzione di Giancarlo Sammartano. La sua carriera di attore, regista e drammaturgo lo avvicina a maestri come Enrico Maria Salerno, Giancarlo Sbragia e Aldo Nicolaj. Per anni è direttore artistico delle Officine Teatrali a Roma, dove forma giovani attori e conduce laboratori.

Yūrei espone in Italia e all’estero. Le sue opere fanno parte di collezioni private in Italia, in Europa e negli Stati Uniti. È vincitore dell’edizione 2024 del Premio Pier Maria Rosso di San Secondo e Leonardo Sciascia.

Poi il ritorno in Sicilia — grembo vivo al quale Nini offre il suo anelito. E poi la pandemia, che per molti è stata solo perdita, e per lui si rivela epifania. È in quel tempo sospeso che il seme diventa frutto — opera artistica, certo, ma qualcosa di più: la manifestazione di un germe divino che sempre abita l’umano, e che aspetta solo di essere ascoltato. Le scintille diventano tante, e poi altre, e altre ancora, fino alla grande luce che si espande sulle tele — ora una sfumatura di colore, ora un’altra, una forma e poi un’altra, in un gioco infinito del farsi.

Nel periodo pandemico approfondisce la pittura classica e contemporanea, avvicinandosi all’espressionismo astratto del secondo Novecento. I suoi modelli — tra gli altri — sono Zao Wou-Ki, Renato Guttuso, Emilio Vedova, Joan Mitchell. Ma la sua opera non si lascia catturare in nessuna scuola. Non c’è realismo, ma nemmeno astrattismo puro: c’è qualcosa che sfugge alle categorie, un linguaggio che appartiene solo a lui.

Non c’è realismo, ma nemmeno astrattismo. È l’intera espressione di un concetto che svela la sua Verità: la verità dell’artista che solleva lo sguardo oltre il luogo comune, verso una regione dell’anima spesso dimenticata — il ricordo dell’origine.

Le tecniche sono multiformi — dall’acquerello all’olio, fino alla scultura — e parlano linguaggi diversi senza mai tradire uno stile che è, per sua natura, multidimensionale. Le creazioni di Yūrei sono trasmutazioni del reale vissuto: visioni che sfumano in pennellate bramanti di nascere, preghiere che urlano al di là della tela. Come nella tela “Amantità” — un titolo che già contiene tutto: amore, umanità, e qualcosa di intraducibile nel mezzo.

Quello di Yūrei è il mestiere di chi sa che l’arte non si possiede. Si abita, per un tempo, con tutta la propria anima. E poi si lascia andare — perché possa raggiungere chi ne ha bisogno.

Nini Ferrara — Yūrei. Attore, regista, drammaturgo, pittore, scultore. Diplomato alla Scuola di Teatro dell’Istituto Nazionale del Dramma Antico (1992). Vincitore del Premio Pier Maria Rosso di San Secondo e Leonardo Sciascia 2024. Le sue opere sono nelle collezioni private di Italia, Europa e Stati Uniti.

L'Autore

Elena Grasso

Redattore di Aureè Magazine. Scrive di cultura, estetica e pensiero contemporaneo.

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