Gianfranco Mento, formato alla scuola dell’ultimo allievo diretto di Bruce Lee, rivela come il corpo possa imparare a percepire ciò che la mente non vede ancora
C’è un momento, nell’allenamento di un artista marziale esperto, in cui qualcosa cambia. La tecnica smette di essere un pensiero e diventa istinto. Il corpo risponde prima ancora che la mente abbia formulato un’intenzione. È quello che Gianfranco Mento — maestro milazzese, fondatore della Mento Academy e allievo diretto di Dan Inosanto, l’ultimo rimasto degli allievi personali di Bruce Lee — chiama il ‘sesto senso’ del combattente.
“Non è mistica. Non è magia. È scienza del corpo portata all’estremo attraverso anni di pratica” – afferma.
Aristotele ci ha consegnato un modello che ha resistito secoli: vista, udito, tatto, olfatto, gusto. Cinque finestre sul mondo, cinque canali attraverso cui l’essere umano legge la realtà. Ma alcune tradizioni buddhiste ne aggiungono un sesto — la mente stessa come organo percettivo — e sono proprio le arti marziali orientali ad aver esplorato questo territorio con la maggiore profondità e sistematicità.
Mento, ricercatore oltre che insegnante, ha dedicato la propria vita a questa esplorazione. La sua formazione passa direttamente attraverso Dan Inosanto, custode del lascito di Bruce Lee e ponte vivente tra la filosofia del Jeet Kune Do e le arti marziali del Sud-Est asiatico — Silat, Kali, Bando. Discipline in cui il combattimento non è una sequenza di mosse da memorizzare, ma un flusso continuo di adattamento, lettura e risposta.

Nel lavoro di Mento, ogni senso viene rieducato con uno scopo preciso. La vista non fissa un punto: si allarga. Il praticante sviluppa una visione periferica capace di abbracciare l’intero corpo dell’avversario, cogliendo il baricentro — quel centro di gravità da cui, come insegnava Lee, nascono tutte le azioni. Guardare meno per vedere di più.
Il tatto diventa il senso più sofisticato. Attraverso esercizi specifici di flusso e sensibilità, le mani imparano a leggere la pressione, la direzione della forza, lo squilibrio dell’altro. Il corpo, letteralmente, ascolta. L’udito affina la percezione del ritmo: il passo che cambia, il respiro che si accelera, il minimo spostamento nell’aria. Dettagli impercettibili per chi non è allenato, segnali chiari per chi lo è.
E poi c’è l’allenamento nel buio. Bendare gli occhi — tecnica che Bruce Lee utilizzava regolarmente con i propri studenti — costringe il praticante ad affidarsi a tutto il resto: equilibrio, propriocezione, udito, tatto. Emerge una consapevolezza totale dello spazio che la vista, paradossalmente, spesso inibisce.
“Con gli anni, spiega Mento, accade qualcosa di straordinario: le tecniche cessano di essere elaborate dalla mente razionale e vengono assorbite dal corpo stesso“. La scienza moderna chiama questo fenomeno memoria motoria o intelligenza somatica. Lee lo aveva sintetizzato in tre parole: “Non pensare. Senti.”
È in questa zona — tra l’automatismo del gesto e la presenza vigile della mente — che vivono i grandi concetti zen che guidano la tradizione marziale. Il Mushin, la ‘mente senza mente’, in cui l’azione accade senza l’interferenza del pensiero cosciente e lo Zanshin, la consapevolezza continua che mantiene il praticante presente prima, durante e dopo ogni movimento. La psicologia contemporanea riconosce questo stato con il termine flow: mente e corpo in armonia perfetta.
Il ‘sesto senso’ del guerriero nasce esattamente qui. Non è un’abilità paranormale, è il riconoscimento istantaneo di segnali minimi — una variazione posturale, una tensione muscolare, un’impercettibile variazione del respiro — che anni di allenamento hanno insegnato al corpo a leggere prima ancora che la mente li decodifichi.
C’è un aspetto del pensiero di Mento che merita attenzione particolare. Il maestro milazzese sottolinea come questa capacità percettiva possa nascere molto presto, anche in un bambino timido o particolarmente sensibile — “quello che osserva più degli altri, che percepisce le tensioni nell’aria prima che diventino parole. Una qualità spesso scambiata per fragilità, che le arti marziali — se insegnate correttamente — trasformano in consapevolezza e forza interiore”.
È forse il messaggio più potente che arriva dall’Accademia Mento: le arti marziali non fabbricano combattenti. Educano esseri umani capaci di percepire il mondo con una profondità fuori dal comune.
L’eredità di Lee, attraverso Inosanto, fino a Milazzo
C’è una linea diretta che unisce Bruce Lee a Dan Inosanto e, attraverso Inosanto, a Gianfranco Mento. Una trasmissione non solo tecnica ma filosofica: l’idea che l’abilità straordinaria nasca dalla pratica ordinaria, quotidiana, silenziosa. Che il corpo — allenato con pazienza e metodo — possa imparare a percepire ciò che normalmente passa inosservato.
Dalla Sicilia, il maestro Mento porta avanti questa eredità con rigore e passione. E ricorda a chiunque voglia ascoltare che il vero segreto delle arti marziali non sta nel colpo più potente.
Sta nel sentire prima di vedere.