Recensione a cura della redazione di Aurée Magazine
Sulla scena del teatro antico di Tindari, nell’ambito del Tindari Festival 2026, è andata in scena Fedra, nella versione poetica di Ghiannis Ritsos, per la regia di Francesco Biagetti e con Elisabetta Pozzi, tra le più grandi interpreti teatrali in Italia. Uno spettacolo che, complice la cornice arcaica del teatro siciliano affacciato sul mare, ha restituito al mito la sua doppia natura: antico e insieme dolorosamente contemporaneo.
Un testo nato dall’esilio
Il Fedra portato in scena non è quello di Euripide, né quello di Seneca o di Racine, pur dialogando con tutta questa tradizione. È la riscrittura di Ghiannis Ritsos, che fa parte di Quarta dimensione, il ciclo di diciassette monologhi di ispirazione mitologica che il poeta greco compose durante gli anni della prigionia sotto la dittatura dei colonnelli. In quelle pagine, la maschera del mito diventava per Ritsos uno strumento per eludere la censura e continuare a parlare: e così la storia della moglie di Teseo, innamorata perdutamente e senza rimedio del figliastro Ippolito, si trasforma in una metafora del rapporto irrisolto tra lo scrittore e la sua patria oppressa. La solitudine di Fedra, preda del potere tirannico di Eros, diventa la solitudine del poeta inascoltato dal proprio Paese: un amore non corrisposto, una voce che chiede ascolto e riceve indifferenza.
È un testo di poesia altissima, denso di livelli di lettura, che — come ha spiegato lo stesso Biagetti — «non è una drammaturgia teatrale, ma un poemetto scritto al termine di dieci anni di reclusione: Ritsos era un perseguitato politico, e ha sentito l’esigenza di scrivere Fedra, è il poeta che parla alla sua patria per descrivere questo ascolto impossibile».
La scelta di uno sguardo diverso
Portare in scena Ritsos anziché Euripide non è stata una scelta casuale. Pozzi aveva già affrontato una Fedra euripidea a Siracusa; questa rilettura, preparata in due mesi insieme a Biagetti, nasce dal desiderio di uno sguardo differente sul mito, capace di uno spostamento dimensionale dall’antico al contemporaneo — quasi a dimostrare che la natura umana, posta di fronte a contesti analoghi, continua a produrre le stesse risposte, la stessa disperazione, la stessa fame di ascolto.
Francesco Biagetti, diplomato alla Scuola di Recitazione del Teatro Nazionale di Genova diretta dalla stessa Pozzi, firma qui la sua seconda regia — e la prima in cui si trova a dirigere la propria maestra. Un passaggio non scontato, che l’attrice restituisce così: «Elisabetta è la mia maestra — racconta il regista — ho frequentato la scuola di Genova e sono anni che lavoriamo insieme, ma questa è stata la prima volta che ho diretto Elisabetta: un’esperienza entusiasmante, con un’attrice di questo calibro, una materia infinita e uno strumento dalle tante note, di cui sono orgoglioso».

Fedra, nella versione poetica di Ghiannis Ritsos
«Una Fedra forte e insieme fragile»
Sul palco del teatro greco di Tindari, Elisabetta Pozzi porta in scena una Fedra insolita, abitata dal potere tirannico di Eros, in un’interpretazione magistrale che conferma la cifra di un’attrice capace di recitare con le viscere prima ancora che con la tecnica. Il suo legame con la mitologia greca attraversa gran parte della sua carriera, dal monologo Cassandra o del tempo divorato al più recente Cassandra o dell’inganno — scritto con Massimo Fini — fino a titoli come Maria Stuarda, Lady Macbeth e Il lutto si addice ad Elettra. Dal maggio 2021 Pozzi è inoltre direttrice della Scuola di Recitazione del Teatro Nazionale di Genova, la stessa da cui è uscito il regista che ieri sera l’ha diretta.
Ed è proprio l’intero impianto scenico, in questo spettacolo, a fare la differenza: il contenuto sorregge la prova attoriale, ma è il lungo intenso monologo in sé la vera sfida — una sfida a cui un’attrice del calibro di Pozzi è abituata, una seconda natura che abita con estrema facilità. Non solo una tecnica acquisita nel tempo, ma un modo d’essere. A raccontare il proprio personaggio è la stessa Pozzi: «Una Fedra forte e insieme fragile. Ritsos è il mio poeta del cuore, e questo è un testo che seguo da tanti anni: lui scrive tanti poemetti di ispirazione mitologica, ed è una materia che mi appartiene molto. Fedra è lui stesso, che cerca di comunicare con il suo Paese e non riceve nulla. Racconta la propria disperazione — entrambi, lui e Fedra, esclusi».

Voce, luce, suono: un melologo per la solitudine
A costruire l’atmosfera quasi onirica dello spettacolo contribuiscono in egual misura la voce di Pozzi, le luci di Cesare Agoni, le scene di Guido Buganza e soprattutto le musiche originali di Daniele D’Angelo, che danno vita a un vero e proprio melologo, arricchito dai movimenti coreografici di Claudia Monti. Il risultato è un’atmosfera sospesa, quasi come se il personaggio provenisse da un altrove ultraterreno — eterea e tangibile allo stesso tempo — soprattutto quando i toni si spostano su temi universali come la solitudine, l’amore, l’attaccamento, la morte, e la maschera: — quella maschera che ogni mattina si osserva posata sul comodino prima di essere indossata, e che a volte finisce per restare appiccicata al volto, per cadere a pezzi, per far temere di perderla da un momento all’altro.

Ad aprire lo spettacolo, la registrazione di una voce di Papadopoulos, incipit di una lunga riflessione sulla solitudine dell’essere umano che attraversa poi l’intera pièce, condensata in una frase di rara potenza: “qualsiasi nostro dolore, per ciascuno di noi, pesa più di qualsiasi altro dolore al mondo”. È in questa affermazione che si può leggere il cuore dello spettacolo: l’essere umano e la sua relazione con il dolore.
Le prossime tappe
Dopo la tappa al teatro antico di Tindari, Fedra prosegue il suo cammino nei teatri italiani: il 9 agosto a Maglie, il 18 agosto a Sarzana, il 24 agosto a Osoppo, per poi approdare a novembre a Brescia e, a febbraio, al Teatro Nazionale di Genova — il luogo che ha formato sia l’attrice che il suo regista.
Scheda dello spettacolo Fedra, di Ghiannis Ritsos, traduzione di Nicola Crocetti. Regia di Francesco Biagetti. Con Elisabetta Pozzi. Musiche originali di Daniele D’Angelo, luci di Cesare Agoni, scene di Guido Buganza, movimenti coreografici di Claudia Monti. Produzione Centro Teatrale Bresciano.