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Odissea: L’Ulisse di Nolan e la speranza di una nuova umanità

Recensione a cura della redazione di Aurée Magazine

Da settimane non si parla d’altro. L’ultimo kolossal di Christopher Nolan, Odissea, ha riempito le sale e ancora di più i discorsi: chi ne ha discusso la scenografia, chi la qualità delle immagini, chi la scelta delle location, chi ancora si è soffermato sui pettegolezzi legati alla vita privata di attori e regista. Complice un investimento monumentale — 250 milioni di dollari, il budget più alto mai affidato a Nolan — e la curiosità collettiva attorno a un soggetto tornato improvvisamente di moda, questo Ulisse ha conquistato la sala, chi lo ama e chi lo contesta. Ma c’è un livello di lettura che in molti sembrano aver lasciato ai margini, e che noi di Aurée vogliamo riportare al centro.

Un eroe che prende coscienza

L’Ulisse di Nolan non è un eroe come gli altri. È un uomo che prende coscienza delle conseguenze della propria astuzia, che usa l’intelletto — di cui è ampiamente dotato — per vincere, ma senza trasformarlo in un alibi. Al contrario del principio machiavellico per cui il fine giustifica i mezzi, il suo intelletto convive con una coscienza che si espone al rischio della fragilità. Ed è proprio quella fragilità, nel film, a rovesciarsi in forza.

È in questo paradosso — il gigante buono, il leone generoso, l’astuto sensibile — che si gioca l’intera partita di Odissea: un eroe la cui vera potenza non sta nella forza, ma nella capacità di essere consapevole. Ulisse si rende conto di aver compiuto un atto talmente brutale, la distruzione di Troia, la notte stessa in cui è avvenuta, un atto che lo lascia quasi impotente e totalmente esposto all’attacco. Ed è per questo, prima ancora che per astuzia, che dagli dèi verrà riportato a casa: è l’unico, tra tutti i greci, a pentirsi di aver seminato dolore tra gli innocenti.

Accanto a lui ci sono i soldati, gli uomini “normali” — programmati per uccidere, vittime di un dover essere che li tiene a un livello di coscienza infimo, incapaci di interrogarsi, in preda agli istinti più immediati, ma consapevoli che seguire il comando è l’unico modo per sopravvivere. Ulisse, invece, non si piega a quella normalità. Armato di un’intelligenza fuori dal comune, è astuto, in grado di cambiare rotta quando serve: fedele solo a sé stesso e, semmai, al volere divino — mai al potere terreno. Un patto che non infrange: mentre i compagni disobbediscono a Zeus e si cibano dei suoi buoi, lui resta in ascolto dei segni divini, affidandosi prima ai consigli della maga Circe, poi all’avvertimento dell’indovino Tiresia. “Solo tu ritornerai in patria”: è la legge ineluttabile del destino, oppure un faro nella notte che ognuno può scegliere di seguire per riprendere in mano la propria sorte? Il film sembra lasciare la domanda aperta, e proprio in quell’apertura si consuma la sua forza più autentica.

Ulisse si salva perché, per la prima volta in tutta la sua vita di guerra, cede il controllo: si abbandona al volere di Zeus, sicuro che sarà quella mano divina a riportarlo a Itaca. Un atto di fede che arriva solo dopo aver attraversato l’orgoglio, l’inganno e la perdita.

Circe, lo specchio della bestialità

Nolan restituisce valenza simbolica a ogni passaggio del film, e uno dei più potenti — pur tra le critiche di chi lo giudica poco fedele all’originale — è quello della maga Circe, interpretata da Samantha Morton. Circe è molto più di un’incantatrice: è una donna capace di vedere oltre il velo delle apparenze, che si limita — come lei stessa dichiara — a dare forma a ciò che gli uomini già sono: anime da porco in corpo d’uomo. Trasformandoli in maiali, non fa che restituire loro l’immagine della loro vera essenza: uomini assetati di potere, in balìa degli istinti più bassi, pronti a cercare altre forme di sazietà una volta placata la fame, servendosi delle donne come strumenti della propria cecità. Circe, che con ogni probabilità ha visto fin troppa violenza da parte di uomini come quelli che ora smaschera, in Ulisse non riconosce la stessa anima dei suoi compagni: riconosce una coscienza, e davanti a quella coscienza si ferma.

È questa coscienza — fragile e insieme indistruttibile, di pensiero e di cuore — a riportare Ulisse al suo posto naturale: Itaca, che è sua e di nessun altro, un arco che solo lui sa tendere perché solo a lui il destino ha concesso quella capacità e quel coraggio. Non esiste un altro Ulisse. E quando torna, mendicante in apparenza, un’energia sottile invade la sala che lo attende: chiunque avverte che quell’uomo non è come tutti gli altri.

La fine di un’epoca sacra

Sotto la superficie dell’azione, Nolan costruisce un discorso filosofico più ampio: il destino, l’unicità di ogni essere umano, la sfida alla sorte, e soprattutto lo spazio sacro — troppo spesso violato dagli uomini di quell’epoca, e di ogni epoca. Non è un caso che la caduta di Troia segni simbolicamente la fine di un modo di essere: un mondo in cui ogni azione era rivolta agli dèi, in cui il mistero era rispettato, in cui la memoria dei defunti veniva onorata attraverso rituali precisi, in cui l’uomo non varcava la soglia del sacro senza il permesso divino.

Con la violazione di quello spazio sacro si apre, secondo questa lettura, una sorta di inferno in terra: un caos senza fine, privo di fede, in cui tutto viene ridotto a misura dell’uomo e l’ego finisce per escludere ogni relazione con il trascendente. È il mondo che i greci stessi, nel film, contribuiscono a costruire — ma è Ulisse, unico fra tutti, ad accorgersi del danno compiuto. Ed è per questo, ancora una volta, che si salva. Un monito, quello di Nolan, che sembra suggerire come solo la fedeltà a sé stessi — e a un ordine più grande di noi — possa offrire una via di ritorno.

Questo afflato spirituale attraversa tutto il film e riemerge con forza nel finale, quando Ulisse, ormai in esilio insieme a Penelope, si volge verso occidente: un’immagine che suggerisce insieme la fine di un ciclo e la promessa — o almeno la speranza — di un nuovo inizio. Come se il film, chiudendosi, lanciasse un appello a recuperare la rotta della coscienza, a interrogarci su cosa stiamo facendo all’umanità con le guerre, la ferocia, l’ego senza freni — nella fiducia che un mondo diverso resti comunque possibile, se solo ci si mette in cammino.

Un cinema che non si affida al digitale

Sul resto — effetti speciali, spettacolarità — Nolan resta fedele alla propria cifra di regista “analogico”: pochi trucchi digitali, molta costruzione fisica delle scene, una direzione degli attori che restituisce un senso di verità raro nei kolossal contemporanei. Le tre ore abbondanti di proiezione (172 minuti) scorrono in un susseguirsi di momenti che non stancano mai, tra sequenze di grande impatto epico costruite con un lavoro produttivo imponente. Su tutte, il cavallo di Troia: una presenza scenica che sfiora il sacro, quasi divino nella sua fisicità.

A guidare un cast di livello assoluto — che include, tra gli altri, Tom Holland, Anne Hathaway nei panni di Penelope, Zendaya, Charlize Theron nel ruolo di Calipso, Robert Pattinson, Lupita Nyong’o e Jon Bernthal — c’è un Matt Damon scelto non a caso per interpretare Ulisse: un attore capace di restituire tutto il peso e la stanchezza di un personaggio complesso, un attore forte anche di una formazione umanistica — coltivata tra i banchi di Harvard prima di dedicarsi al cinema — un attore che come Ulisse presenta un’intelligenza fuori dal comune, con un QI pari a 160 punti secondo fonti holliwoodiane, pari solo ad Einstein, un attore inifne che sa restituire l’intensità emotiva di una narrazione epica come l’Odissea.


Scheda del film Odissea (titolo originale The Odyssey), regia e sceneggiatura di Christopher Nolan. Con Matt Damon, Tom Holland, Anne Hathaway, Zendaya, Charlize Theron, Robert Pattinson, Lupita Nyong’o, Samantha Morton. Durata: 172 minuti. Nelle sale italiane dal 16 luglio 2026.

L'Autore

Elena Grasso

Redattore di Aureè Magazine. Scrive di cultura, estetica e pensiero contemporaneo.