Scuole e asili immersi nel verde, tempo libero all’aperto, luce naturale che entra nei corpi e nelle menti: sempre più studi e pedagogisti concordano su un punto, i bambini crescono meglio quando hanno accesso quotidiano a spazi esterni e alla luce del sole. Un tema che riguarda da vicino le famiglie che vivono in città, spesso in appartamenti bui e in contesti urbani privi di verde.
C’è un tempo che a scuola sembra “vuoto” e che invece è tutto fuorché tempo perso. È il tempo della ricreazione all’aperto, del gioco libero nel cortile o nel giardino, del contatto diretto con la luce del sole. Un tempo che non produce nulla di misurabile nell’immediato, ma che nutre il bambino in profondità, restituendogli l’energia e l’entusiasmo per tornare in aula e riprendere a studiare. È da questa intuizione, oggi sempre più sostenuta dalla ricerca scientifica e pedagogica, che nasce una riflessione più ampia sul rapporto tra infanzia, luce e spazi esterni.
I benefici della luce e degli spazi aperti per i bambini
La luce solare non è solo un elemento estetico o climatico: è energia, è vita. Stare all’aperto, esposti alla luce naturale, produce benefici che agiscono su più livelli, fisico, cognitivo e relazionale.
Sul piano della salute, i bambini che trascorrono più tempo all’aria aperta tendono ad ammalarsi meno spesso rispetto a chi vive per lo più in ambienti chiusi. Il British National Trust, in uno studio ripreso dalla Bbc, ha evidenziato come l’esposizione alla luce solare, l’attività fisica e il contatto con piante e animali stimolino l’apprendimento e riducano il rischio di asma, allergie e obesità infantile.

Sul piano dell’apprendimento, i vantaggi sono altrettanto concreti. Gli insegnanti che lavorano in contesti di didattica all’aperto raccontano che nelle scuole all’aperto si litiga molto meno, i livelli di apprendimento sono più alti e i bambini, tra gioco, esplorazione e curiosità, hanno più voglia di imparare. Anche l’autonomia ne trae giovamento: il contatto con la natura aumenta il senso di indipendenza dei bambini, che si sentono più liberi e più responsabili.
Non meno importante è la dimensione sociale. Il tempo trascorso all’aperto favorisce infatti la socializzazione, incentivando i bambini a stare insieme, a fare gruppo, a uscire dall’isolamento di internet e dal rifugio in casa. Una ricerca dell’Istituto Salud Global di Barcellona conferma questa tendenza, mostrando come l’aggiunta di uno spazio verde nei cortili scolastici aumenti i comportamenti prosociali dei bambini, che aiutano, cooperano e condividono maggiormente.
Infine, c’è un beneficio meno visibile ma altrettanto importante, quello psicologico. Il pedagogista americano Richard Louv, .ha osservato una relazione diretta tra rappresentazione grafica infantile e ambiente vissuto: i bambini che vivono in appartamenti privi di sbocchi esterni significativi tendono a esprimere la propria inquietudine con colori cupi e scene di isolamento e confusione, mentre i bambini a contatto con piante, animali, giardini o terrazzi disegnano scene di equilibrio e fiducia nel futuro. Un dato che dà ragione a chi, come proprio Louv, descrive gli spazi interni angusti e privi di luce come vere e proprie gabbie per la crescita.
Luoghi di eccellenza: dove i bambini crescono con la luce e il verde
In Italia e in Europa esistono da tempo esperienze pedagogiche che hanno fatto della luce, del verde e dello spazio aperto il proprio principio fondativo.
La Scuola Rinnovata Pizzigoni, Milano. Una delle esperienze storiche più significative nasce già nel 1911, quando Giuseppina Pizzigoni fonda nel quartiere popolare della Ghisolfa la cosiddetta “Scuola Rinnovata”, una scuola all’aperto pensata inizialmente per accogliere bambini malati di tubercolosi, che alla luce del sole potevano guarire. La caratteristica fondante di questa scuola fu proprio la dilatazione dello spazio scolastico, che si prolungava nell’ambiente esterno, dove gli alunni potevano fare esperienza diretta del mondo delle cose.
I Waldkindergarten del Nord Europa. In Germania e nei paesi scandinavi il modello della scuola nel bosco è ormai una consuetudine consolidata, al punto che nella sola Germania se ne contano più di 1.800. In queste scuole i bambini trascorrono l’intera giornata all’aperto, qualunque siano la stagione e le condizioni atmosferiche, ricorrendo a un piccolo rifugio di legno solo in caso di maltempo molto intenso.

Gli asili nel bosco in Italia. Il fenomeno si è diffuso negli ultimi decenni anche nel nostro paese, dove oggi sono nate una rete di scuole all’aperto anche in ambito statale e si contano ormai circa un centinaio di realtà, numero probabilmente più alto se si considerano quelle non ufficialmente accreditate. Tra gli esempi più noti figurano la Locomotiva di Momo a Mezzocorona, in provincia di Trento, l’Asilo nel Bosco di Milano, che propone progetti all’aperto per bambini dai 6 mesi ai 10 anni, e il primo agrinido italiano, nato nel 2005 in un’azienda agricola di Pinerolo, in Piemonte, seguito nel 2006 da un agriasilo a Chivasso, esperienza che ha attirato l’attenzione della Regione Piemonte e del Governo nazionale, citata in un documento del 2008 come miglior pratica. Nel Lazio, inoltre, è stata la prima regione in Italia ad attuare il Decreto Legislativo 65/2017, che riconosce ufficialmente i servizi educativi sperimentali in natura come l’asilo nel bosco e l’agrinido.
Il Meridione, tra ritardi e nuove esperienze. Se le realtà di eccellenza si concentrano ancora prevalentemente al Centro-Nord — secondo una stima nazionale citata da Linkiesta, al 1° giugno 2022 in Italia si contavano 67 strutture di educazione outdoor, di cui il 55% al Nord, il 31% al Centro e solo il 14% al Su, complice anche la discrezionalità regionale nella gestione delle forme educative alternative, con autorizzazioni e accreditamenti che al Sud tardano spesso ad arrivare — negli ultimi anni il Meridione ha comunque visto fiorire esperienze significative, spesso nate dal basso, per iniziativa di educatrici e famiglie.
In Sicilia, tra le prime realtà a importare il modello ci sono l’asilo nel bosco Coccodè di Bronte, sull’Etna, e il progetto avviato dall’istituto comprensivo statale Giovanni XXIII di Acireale, le prime due scuole siciliane a sperimentare il metodo educativo mutuato dall’asilo nel bosco di Ostia, che ha fatto da apripista a un movimento nazionale. La scuola nel bosco di Acireale, attiva ormai da un decennio, racconta attraverso le testimonianze delle famiglie che la frequentano come i bambini trascorrano gran parte delle loro giornate all’aperto, ascoltando i rumori della natura e assorbendo vitamina D grazie ai raggi del sole. Nel Siracusano è attivo dal 2016 l’Asilo nel bosco ColoriAmo la terra, mentre nel territorio tra Noto e Pachino, all’interno di una riserva naturale, opera il centro Piccoli Passi, nato dalla domanda che la sua fondatrice, Barbara Avola, si è posta osservando le esperienze del Nord Europa: se in Nord Europa riescono a fare scuola all’aperto con le temperature che hanno, perché non dovremmo riuscirci anche noi in Sicilia? A Messina, sui Colli San Rizzo, opera inoltre la Scuola nel Bosco cittadina, ispirata al modello del waldkindergarten, e a Milazzo Il Villaggio dei Semini nel bosco da qualche anno è il punto di riferimento di molte famiglie.
Gli scienziati e i fautori delle scuole a misura di luce
Dietro questo cambio di paradigma ci sono figure che, in epoche diverse, hanno posto le basi teoriche e pratiche per una scuola che mette al centro la luce, la natura e lo spazio esterno.
Ella Flatau, madre danese, è considerata la fondatrice del primo asilo nel bosco della storia. Nel 1950, dopo aver trascorso molto tempo a giocare con i propri figli e con i bambini del vicinato all’aria aperta, diede vita in Danimarca allo Skovbørnehave, la prima forma di asilo nel bosco, avendo intuito quanto la natura avesse effetti positivi sia sul benessere psicologico che su quello fisico dei più piccoli
Giuseppina Pizzigoni, come ricordato, portò questa visione in Italia già all’inizio del Novecento, convinta che la scuola del tempo fosse troppo rigida e selettiva.
Maria Montessori e Rudolf Steiner restano due riferimenti pedagogici imprescindibili per l’educazione en plein air: molti degli asili nel bosco italiani prendono spunto dalle loro teorie, insieme a quelle di Rousseau, mentre alcune esperienze, come l’Asilo Ciripì in provincia di Firenze, si rifanno esplicitamente all’orientamento pedagogico ideato dall’antroposofo e scienziato Rudolf Steiner.
Richard Louv, giornalista e pedagogista americano, è la voce contemporanea più autorevole su questo tema. Nel suo libro Last Child in the Woods, pubblicato nel 2005, ha coniato l’espressione che ha dato un nome a un fenomeno fino ad allora percepito ma non definito: il “disturbo da carenza di natura”, che descrive i costi umani dell’alienazione dalla natura, tra cui un minore utilizzo dei sensi, difficoltà di attenzione e più elevati gradi di disturbi fisici ed emotivi. Secondo Louv, la vita sempre più chiusa in casa, in auto o a scuola, insieme alla compagnia costante dei dispositivi digitali, è tra le cause di bullismo, deficit di attenzione, obesità, ansia e depressione nei bambini e negli adolescenti, mentre è giocando fuori che i più piccoli imparano a essere autonomi, a relazionarsi con gli altri ed esprimere la propria creatività. Louv è inoltre l’autore di Vitamina N, un manuale che raccoglie centinaia di attività pratiche per riportare i bambini a contatto con la natura, sottolineando i benefici che ne derivano, dalla maggiore chiarezza mentale e creatività alla riduzione di depressione e obesità, fino al miglioramento della salute e del benessere generale.
Una questione anche urbanistica
Se le esperienze di eccellenza dimostrano quanto sia possibile costruire una scuola a misura di luce, resta il tema, sempre più urgente, delle città. Dove mancano spazi verdi accessibili e gli appartamenti sono privi di affaccio e di luce naturale, i bambini rischiano di crescere in condizioni che assomigliano, come si diceva, a vere e proprie gabbie. Ripensare gli spazi educativi — cortili scolastici, giardini condivisi, corridoi verdi urbani — significa allora ripensare anche il modo in cui le nostre città permettono, o impediscono, ai più piccoli di stare alla luce e di crescere bene.