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Goethe e la sua Teoria dei colori: “non c’è Luce senza Ombra”

Non la caverna di Platone, non l’ombra che imprigiona chi non conosce. Un’altra strada per pensare il fenomeno luminoso: quella di un poeta che si mise a fissare un prisma per vent’anni, convinto che la scienza avesse sbagliato tutto, e che la verità dello splendore non stesse nei numeri, ma nell’occhio di chi guarda.

Quando si parla di splendore e chiarore, la tentazione è sempre la stessa: scivolare verso il simbolo. Il bagliore come conoscenza, il buio come ignoranza, l’uomo incatenato nella caverna che scambia le ombre per realtà finché non esce e non viene accecato dal sole vero. È un’immagine potente, quella di Platone, ed è per questo che torna sempre. Ma c’è un altro modo di guardare a questo fenomeno, meno frequentato, che non lo usa come metafora di qualcos’altro: lo prende sul serio per quello che è, un evento che accade davanti ai nostri occhi, ogni giorno, e che si lascia scomporre solo fino a un certo punto. È la strada aperta, tra Sette e Ottocento, da Johann Wolfgang von Goethe.

Un poeta contro il riduzionismo

Nel 1810 Goethe pubblica a Tubinga un’opera a cui teneva più di ogni altra cosa, più dei suoi romanzi, più delle sue tragedie: la Farbenlehre, la Teoria dei colori. Non è un caso isolato o un capriccio da dilettante: Goethe la considerava, sorprendentemente, il suo più significativo contributo alla cultura del proprio tempo, il coronamento di anni di esperimenti, osservazioni e riflessioni sulla natura dei colori e della loro origine.

Johann Wolfgang von Goethe

Il bersaglio polemico è dichiarato fin dalle prime pagine: Isaac Newton. Un secolo prima, Newton aveva fatto attraversare un prisma di cristallo da un fascio bianco, dimostrando che questo si scompone in un ventaglio di colori a seconda del loro diverso indice di rifrazione. Da allora, quella era diventata la spiegazione scientifica del colore: i colori esistono già, nascosti, dentro il fascio bianco; il prisma si limita a separarli. Goethe non ci sta. Nella prefazione alla sua opera arriva a paragonare la teoria newtoniana a un’antica rocca, sempre più fortificata dai suoi sostenitori nel corso degli anni per fronteggiare attacchi e ostilità, un edificio che ormai è vuoto, sorvegliato soltanto da alcuni invalidi che si credono armati.

Dietro l’immagine tagliente c’è una convinzione filosofica precisa. Secondo un’analisi dedicata al confronto tra i due, il vero attrito tra Goethe e Newton riguarda quella che Goethe considerava un’insopportabile tirannia della matematica e della fisica applicata all’ottica di Newton, spiega un altro commentatore, si basava su una visione riduzionista, materialistica e atomista del fenomeno, accontentandosi di misurarlo da un punto di vista quantitativo e ritenendo di poterlo scomporre nelle sue parti, così come la materia veniva scomposta in atomi. Goethe rifiuta questo riduzionismo: per lui i colori sono qualcosa di vivo e di umano, che trovano la loro giustificazione non in un’equazione, ma nell’occhio che li vede.

Percepire il colore dagli effetti

Il punto non è un dettaglio da manuale, ma un modo diverso di fare scienza. Come nota un’analisi critica, Newton indagava il colore per scoprirne l’essenza da un punto di vista fisico, mentre Goethe si interessava alla percezione del colore, al carattere legato all’oggettività dell’osservatore. Goethe non nega che si possa misurare il fenomeno; nega che solo misurarlo esaurisca ciò che esso è per chi lo vive. In una pagina spesso citata della sua opera, arriva a scrivere che è vano pretendere di descrivere l’essenza di una cosa cercando di definirla in astratto: prestiamo invece attenzione agli effetti, la cui storia completa ne abbraccerebbe senz’altro l’essenza, proprio come inutilmente ci si sforza di descrivere il carattere di un uomo a parole, mentre l’insieme delle sue azioni e delle sue opere basta a farlo apparire davanti a noi.

È un atteggiamento che oggi chiameremmo fenomenologico: non partire da un modello matematico per poi verificarlo nella realtà, ma partire dall’esperienza diretta, dal fenomeno così come si presenta, e lasciare che sia lui a rivelare la propria struttura. Per questo Goethe passò anni a guardare, letteralmente, dentro un prisma. Un aneddoto biografico racconta che tutto cominciò quando, avendo ricevuto in prestito uno strumento del genere da un collega dell’università di Jena, si aspettava di vedere una parete scomporsi nello spettro cromatico teorizzato da Newton, ma la parete rimase bianca, tranne nei punti in cui il buio si incontrava con il chiaro. Da quella sorpresa nacque tutta la sua ricerca successiva.

La dialettica tra chiarore e ombra

Se i colori non sono già contenuti nel fascio bianco, da dove vengono? È qui che la teoria di Goethe trova il suo cuore, ed è anche il punto più affascinante per chi voglia pensare questo fenomeno fuori dagli schemi consueti. Secondo Goethe, i colori non sarebbero contenuti nel fascio bianco, ma risulterebbero dall’interazione tra questo e l’oscurità, ovvero il buio. Non un’assenza, il buio, ma una presenza attiva, necessaria perché il fenomeno del colore possa manifestarsi.

Goethe arriva a questa conclusione osservando qualcosa che Newton stesso, paradossalmente, aveva davanti agli occhi senza vederlo: lo stesso Newton aveva condotto i suoi esperimenti ottici in una camera oscurata, per poter percepire tutti i colori dello spettro. Goethe se ne accorge e ne trae una conseguenza radicale: nessuna manifestazione cromatica appare mai se non è circondata dal buio o da una condizione più tenue. Il buio, dunque, gioca un ruolo attivo, non passivo, nella percezione dei colori.

“I colori non sono mai dati puri, ma sempre eventi che nascono dalla relazione tra elementi opposti”.

Da qui nasce quella che i suoi interpreti chiamano la teoria della polarità: la dialettica tra chiarore e ombra starebbe a fondamento dei colori. Un principio antico, che Goethe stesso riconosceva di riprendere da lontano: le tesi già espresse in forma simile dagli antichi greci, in particolare da Empedocle, Platone e Aristotele. Ma qui, curiosamente, Platone rientra dalla porta sul retro: non più come autore del mito della caverna, del bagliore-verità che sta fuori e va conquistato, ma come uno dei primi a intuire che l’essere ha bisogno del suo opposto per manifestarsi. Un commentatore lo mette in relazione anche con Plotino, per il quale il buio è necessario affinché lo splendore risplenda nelle tenebre: la negazione non ha consistenza assoluta, ma è il termine attraverso cui l’Uno instaura una dialettica con se stesso.

Un esperimento che si può ancora rifare

Ciò che rende la teoria di Goethe tutt’altro che un capriccio letterario è che si basa su osservazioni ripetibili, alcune delle quali sorprendono ancora oggi chi le mette alla prova. Goethe notò, per esempio, un fenomeno che i manuali di ottica classica non considerano: mentre Newton restringeva il fascio per isolare il fenomeno, Goethe osservò che con un’apertura più ampia non compariva alcuno spettro, ma solo bordi colorati, giallo-rossastri da un lato e blu-violacei dall’altro. Facendo esperimenti sia con un raggio in una stanza buia sia, all’opposto, con un’ombra proiettata in un ambiente più chiaro, Goethe osservò che i bordi gialli e blu restano sempre più vicini al lato più chiaro, mentre i bordi rossi e violacei restano più vicini al lato scuro, e che solo a una certa distanza questi bordi arrivano a sovrapporsi, generando lo spettro descritto da Newton — che per Goethe diventa così non il fenomeno originario, ma un caso particolare, ottenuto in condizioni molto specifiche.

Da questa osservazione nasce anche la sua idea sui colori fondamentali: non i sette dello spettro newtoniano, ma una coppia originaria. Goethe riteneva che i colori fondamentali fossero il giallo e il blu, da cui gli altri deriverebbero per intensificazione o mescolanza. E, cosa che ancora oggi interessa chi si occupa di percezione visiva più che di fisica pura, Goethe mise in evidenza quanto il contesto sia determinante per la visione: un cerchio bianco su sfondo nero può apparire più grande di un cerchio nero su sfondo bianco, pur essendo i due cerchi quantitativamente identici — una prova, per lui, che i colori non sono mai dati puri, ma sempre eventi che nascono dalla relazione tra elementi opposti.

Scienza misurabile ed esperienza

La scienza ottica ha dato ragione a Newton: lo spettro elettromagnetico, le lunghezze d’onda, la rifrazione sono oggi descritte con un’esattezza che Goethe non avrebbe potuto raggiungere e nemmeno cercava. Ma la domanda che la sua Teoria dei colori pone resta aperta, e riguarda sia la fisica che il modo in cui pensiamo la conoscenza stessa: possiamo davvero ridurre un fenomeno vissuto — il bagliore che vediamo, che ci scalda, che cambia il nostro umore, che disegna le ombre sulle pareti di una stanza — a un dato misurabile, senza perdere per strada qualcosa di essenziale? Goethe non chiede di scegliere tra scienza e poesia. Chiede di non dimenticare che, prima di essere un’onda o una particella, questo fenomeno è innanzitutto qualcosa che accade a un occhio, in un corpo, in un momento preciso — ed è forse per questo che la sua voce, ancora oggi, riesce a farsi sentire accanto a quella di Newton.

L'Autore

Elena Grasso

Redattore di Aureè Magazine. Scrive di cultura, estetica e pensiero contemporaneo.