In seguito alla pubblicazione dell’articolo “Antropologia del turismo alle Eolie: il caso dell’isola di Vulcano”, è pervenuta in redazione una dichiarazione di replica da parte di Federalberghi Isole Eolie, a firma del Presidente Christian Del Bono. Diamo seguito con piacere alla pubblicazione integrale del testo, nel rispetto del diritto di replica e nella convinzione, che da sempre ci guida, che il confronto tra prospettive diverse sia un esercizio necessario tanto alla crescita personale quanto a quella collettiva. Al termine del testo, la direzione affida ai lettori alcune brevi considerazioni.
“Decontestualizzazione e rigore metodologico nell’antropologia del turismo: analisi critica e replica istituzionale di Christian Del Bono (presidente Federalberghi Isole Eolie) sul caso di Vulcano e dell’arcipelago eoliano
Premessa epistemologica e riconoscimento del valore paesaggistico
La disamina dei fenomeni turistici nelle isole minori richiede una netta distinzione tra la suggestione letteraria e l’indagine scientifica. Desidero anzitutto ringraziare l’autrice, Elena Grasso, per aver magnificato la straordinaria bellezza paesaggistica, geomorfologica ed estetica dell’isola di Vulcano e dell’intero arcipelago eoliano, riconoscendone la natura di microcosmo disegnato da un’armonia primordiale.
Se da un lato sono apprezzabili i richiami a parte della letteratura di settore, lo sforzo di adottare un approccio formale e l’invito alla consapevolezza verso certe criticità territoriali, dall’altro l’analisi risulta evidentemente deficitaria proprio nella sua componente fondamentale: una corretta ed esaustiva raccolta ed elaborazione dei dati. Ancor più arbitrario appare il tentativo di estendere osservazioni personali e soggettive – maturate in un singolo contesto – all’intero arcipelago eoliano. Ci troviamo di fronte a una realtà territoriale estremamente variegata, in cui ogni isola vanta una propria storia e uno specifico modello di sviluppo turistico evolutosi nel tempo con modalità, ritmi e vocazioni differenti.
Questo condivisibile tributo estetico iniziale rimane dunque la sola premessa accettabile di un testo che incorre in evidenti aporie metodologiche, anacronismi teorici e semplificazioni economiche. L’adozione di un registro accademico non compensa la totale assenza di parametri empirici verificabili, scivolando in una lettura viziata da etnocentrismo continentale che riduce la complessità dell’adattamento insulare a una presunta patologia relazionale ed etica della comunità ospitante.
Accogliamo con favore l’invito alla consapevolezza su determinate criticità territoriali e le occasioni di confronto per lavorare assieme, pubblico e privato, al miglioramento del modello di sviluppo, esigenza che noi per primi avvertiamo come prioritaria; tuttavia, sparare a zero su noi isolani non servirà a farci diventare migliori né ci aiuterà a evolvere il nostro contesto sociale ed economico. La rilevanza degli argomenti trattati impone pertanto una risposta puntuale nel merito, evitando di commettere il medesimo errore di approssimazione analitica.
Il travisamento della nissologia e la fragilità metodologica: tra “libera osservazione” e rigore scientifico
L’articolo dichiara di fondarsi su un’analisi sociologica e nissologica avvalorata da un’osservazione sul campo. Sul piano scientifico, la nissologia – disciplina formalizzata da Grant McCall e sviluppata da studiosi come Godfrey Baldacchino – non costituisce una licenza retorica per proiettare stereotipi, ma l’esatto contrario: lo studio delle isole secondo i loro propri termini (on their own terms), superando il paradigma continentale che storicamente riduce le realtà insulari a spazi deficitari o regressivi.
Un’indagine etno-sociologica valida richiede protocolli precisi: permanenza prolungata, campionamento stratificato della popolazione residente e stagionale, tracciamento quantitativo dei dati. Nel saggio in esame – come confermato dalle stesse dichiarazioni dell’autrice nel dibattito su Facebook, in cui ammette di essersi basata su una semplice “libera osservazione in anni di frequentazione” e sulla percezione visiva personale – si riscontra la totale assenza di trasparenza metodologica. Confondere la frequentazione turistica o festiva con l’osservazione partecipante e con il rigore dell’indagine scientifica riduce la presunta analisi antropologica a una mera impressione soggettiva, proiettata arbitrariamente sull’intera comunità di Vulcano e dell’intero arcipelago.
Dinamiche dei flussi turistici, dati empirici e la rinuncia all’evidenza statistica
L’assunto su cui poggia la critica dell’autrice – ossia la contrazione dell’economia a un picco concentrato nelle prime settimane di agosto, accompagnato dalla presunta fuga dei target culturali e ad alta capacità di spesa – è apertamente smentito dalle rilevazioni dell’Osservatorio Turistico della Regione Siciliana, dell’OTIE e di Federalberghi.
I dati ufficiali del comparto ricettivo dimostrano che la stagione turistica a Vulcano e nelle Eolie mantiene una finestra operativa estesa da Pasqua (aprile) a fine ottobre. Inoltre, i flussi internazionali – caratterizzati da spiccata motivazione culturale, escursionistica e geoturistica – si concentrano proprio nei mesi di spalla (maggio, giugno, settembre e ottobre), garantendo una fruizione diffusa e destagionalizzata.
L’autrice dichiara apertamente la propria indifferenza verso le rilevazioni statistiche, affermando che la conoscenza dei dati reali non cambierebbe la propria tesi preconcetta. Questo atteggiamento rivela un cortocircuito epistemologico: pretendere di descrivere l’economia e la sociologia di una destinazione ignorando deliberatamente i dati quantitativi degli addetti ai lavori significa rinunciare al principio di realtà.
La concentrazione antropica nel mese di agosto non deriva da un cinismo speculativo degli operatori eoliani, ma dalla rigidità macroeconomica delle ferie industriali e terziarie in Italia, che riversa simultaneamente milioni di viaggiatori sulle mete balneari del Paese. Attribuire tale sovrapressione a un vizio comportamentale dell’offerta insulare significa scambiare una dinamica esogena della domanda con una scelta strategica della comunità locale, ignorando gli sforzi costanti di destagionalizzazione e gestione della capacità di carico condotti dagli operatori turistici, da Federalberghi, dalla DMO Isole di Sicilia e dalle amministrazioni locali.
Decontestualizzazione delle teorie antropologiche: Foster, Peristiany e MacCannell
Il saggio ricorre ad autorevoli riferimenti antropologici e sociologici estrapolandoli dal loro contesto originario per suffragare una visione penalizzante della società isolana.
Il modello del bene limitato di George Foster
L’autrice evoca la teoria del bene limitato (Image of Limited Good) di George Foster per sostenere che gli isolani percepiscano il successo del vicino come una privazione personale, usando il pettegolezzo come strumento di livellamento sociale. Foster elaborò tale modello studiando comunità contadine chiuse ed agrarie (come Tzintzuntzan in Messico), caratterizzate da risorse materiali intrinsecamente finite come la terra arabile. Applicare questo schema a un’economia turistica terziarizzata e integrata nei mercati globali costituisce un travisamento etnografico.
Nel mercato turistico eoliano, la possibilità di intercettare flussi di visitatori italiani e stranieri appartenenti a svariate fasce di domanda si confronta con un’offerta locale articolata e con una capacità di carico “naturalmente” perimetrata dal contesto insulare. Tale dinamica economica smentisce il presupposto di Foster, fondato sulla rigidità fisica del bene terriero. Le relazioni informali e il controllo sociale non sono indici di arretratezza morale, ma ordinari meccanismi di difesa dell’equilibrio identitario di fronte alla rapidità dei mutamenti esogeni.
Il mediterraneismo di John Peristiany
Il richiamo agli studi di John Peristiany sul familismo e sulle dinamiche d’onore ripropone quadri interpretativi superati da decenni, ampiamente decostruiti da antropologi come Michael Herzfeld. Le Eolie non presentano affatto un unico modello socioculturale, ma realtà assai diversificate da isola a isola.
Specialmente nelle isole più piccole e prive di continuativi servizi essenziali, la temporanea mobilità invernale dei residenti verso la terraferma non nasce da “familismo” o da una “chiusura egoistica”, ma dalla necessità oggettiva di accedere a servizi fondamentali come l’istruzione secondaria e la sanità specializzata, oltre che dal confrontarsi con l’irregolarità dei collegamenti marittimi nei mesi invernali. Fraintendere questo adattamento logistico strutturale come un limite etico significa ignorare le sfide quotidiane dell’insularità.
La mercificazione turistica in Dean MacCannell
L’uso dei concetti di staged authenticity e di separazione tra “ribalta” e “retroscena” tratti da Dean MacCannell risulta fuorviante. MacCannell ha dimostrato che la distinzione tra spazio pubblico e spazio privato costituisce la struttura universale di qualsiasi destinazione turistica globale. La difesa del retroscena da parte dei residenti non configura una logica estrattiva o una riproposizione del mito di Circe, ma la legittima salvaguardia dell’intimità culturale della comunità. L’accoglienza professionale consiste proprio nel curare la scena pubblica senza costringere gli abitanti a sacrificare la propria dimensione privata.
La microeconomia dell’insularità e le prove concrete della “cultura della cura”
Sostenere che l’isola sia mossa da una logica puramente estrattiva e priva di cura significa ignorare sia la realtà gestionale delle imprese insulari, chiamate ad affrontare gli extra-costi della doppia insularità (trasporti marittimi, manutenzioni da salsedine e vulcanismo), sia la straordinaria vivacità progettuale del territorio.
A smentire l’accusa di disinteresse verso il patrimonio locale vi sono fatti e iniziative concrete di cui se ne riportano alcune a mero titolo di esempio:
- La riscoperta delle produzioni tipiche e della tradizione rurale sta arricchendo l’offerta turistica attraverso degustazioni, percorsi enogastronomici e visite guidate nelle aziende agricole locali.
- La vitalità della programmazione locale trova riscontro nella presenza di centinaia di appuntamenti culturali, musicali e di intrattenimento legati alle tradizioni e alle risorse locali (con ben 250 eventi registrati nel solo 2025 sul portale territoriale loveolie.com).
- Oltre al magnifico Museo Archeologico Eoliano, si segnalano gli altri piccoli musei, il Centro Studi, le piccole biblioteche e gli spazi culturali diffusi nelle varie isole dell’arcipelago, affiancati dal costante impegno di numerose associazioni locali e delle pro loco che promuovono eventi artistici, culturali e momenti di dibattito di rilievo anche nazionale e internazionale.
- Il lavoro costante e qualificato delle guide naturalistiche, vulcanologiche e turistiche, impegnate nella valorizzazione della rete sentieristica e del ricco patrimonio archeologico e museale dell’arcipelago, testimonia un’attenzione quotidiana verso un turismo informato e di qualità.
- La flotta di imbarcazioni adibita al trasporto passeggeri e alle escursioni connette capillarmente le varie isole dell’arcipelago, consentendo ai visitatori di fruirne l’intero patrimonio naturale e culturale nel corso del medesimo soggiorno, arricchendo significativamente l’esperienza di viaggio.
L’attenzione alla qualità e alla cura dell’accoglienza rimane il pilastro dell’imprenditoria eoliana, pur al netto delle complessità strutturali che caratterizzano i picchi stagionali.
Dal misticismo catastrofico alla gestione scientifica del territorio
In conclusione, l’articolo ricorre a suggestioni escatologiche evocando il “monito etico del Fuoco” e prospettando un risveglio punitivo del vulcano contro la presunta avidità della comunità. L’utilizzo di metafore mistiche per giudicare il comportamento socio-economico di una popolazione si colloca al di fuori di qualsiasi analisi scientifica e civile.
La comunità di Vulcano vive in un rapporto di profonda consapevolezza con la natura attiva del proprio territorio. La sicurezza dell’isola e la gestione della sua vulnerabilità geomorfologica non poggiano su moniti etici, ma sul monitoraggio scientifico costante garantito dall’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV), dalla Protezione Civile e dalle istituzioni locali, come ampiamente dimostrato nel corso della gestione delle emergenze emissive degli ultimi anni.
Conclusioni
L’analisi condotta da Elena Grasso si rivela una costruzione teorica basata su generalizzazioni affrettate, sull’applicazione decontestualizzata di modelli sociologici e sull’esplicita rinuncia al riscontro dei dati empirici. Il governo del turismo nelle isole minori richiede una pianificazione strategica, infrastrutture adeguate e una stretta collaborazione tra imprese e pubblica amministrazione. La tutela e lo sviluppo di Vulcano e delle Isole Eolie non necessitano di giudizi affrettati, ma di un’analisi rigorosa capace di rispettare l’isola e di sostenere chi vi risiede e lavora per l’intero arco dell’anno.
Che ben vengano i richiami alla consapevolezza di certi rischi e le occasioni di confronto per lavorare assieme, pubblico e privato, al miglioramento del modello di sviluppo, ne sentiamo noi per primi il bisogno; tuttavia, sparare a zero su noi isolani non servirà a farci diventare migliori né ci aiuterà a evolvere il nostro contesto sociale ed economico.”
Nota della direzione
Ringraziamo Federalberghi Isole Eolie per il tempo e l’attenzione dedicati a un confronto che riteniamo, nella sua sostanza, un segno di vitalità del dibattito pubblico attorno ai temi che più ci stanno a cuore.
Desideriamo tuttavia ribadire, con altrettanta chiarezza, le posizioni espresse nel nostro articolo originario, “Antropologia del turismo alle Eolie: il caso dell’isola di Vulcano”.
Va anzitutto precisato che il nostro non era, né intendeva essere, un articolo fondato su dati statistici: non ne abbiamo pubblicato alcuno, né abbiamo fatto riferimento a fatti specifici o a persone determinate. In nessun passaggio dell’articolo viene nominata Federalberghi Isole Eolie, né il suo Presidente, né alcun albergatore o ristoratore in particolare.
Teniamo inoltre a sottolineare — come già emerso, seppur senza fare alcun nome, nell’articolo stesso — che siamo pienamente consapevoli dell’esistenza, sulle isole, di realtà imprenditoriali di grande valore e serietà, autentico vanto del territorio: professionisti e strutture che, con visione e dedizione, custodiscono ogni giorno la qualità dell’accoglienza. Non è dunque nostra intenzione, né lo è mai stata, generalizzare in modo indistinto, né utilizzare toni diffamanti, com’è stato rilevato da alcuni commenti social. Vale la pena, anche solo a beneficio della precisione del dibattito, richiamare che la diffamazione, ai sensi dell’articolo 595 del Codice penale, si configura quando taluno, comunicando con più persone, offende l’altrui reputazione con riferimento a un soggetto individuato o individuabile. In assenza di un’attribuzione specifica e riconoscibile — che nel nostro articolo semplicemente non esiste — non si dà offesa alla reputazione, così come non si dà lesione della dignità o della moralità di alcuno. L’articolo si è soffermato su una dinamica diffusa, è, e resta, un lavoro di analisi antropologica: uno sguardo su una comunità, su un modo di vivere, su una mentalità che si forma nel tempo attraverso la relazione tra un luogo e chi lo abita. È espressione di libero pensiero e di libera ricerca, condotta sul campo attraverso anni di frequentazione diretta — nella convinzione, che continuiamo a sostenere, che l’osservazione empirica prolungata nel tempo sia la prima e più autentica fonte di ogni ricerca condotta con serietà, spesso ancor prima dei dati aggregati che la descrivono da lontano.
Vale forse la pena, a questo punto, spiegare cosa sia Aurée. Il nostro è un magazine di recente fondazione, che ha scelto di occuparsi di bellezza: non come categoria estetica superficiale, ma come esercizio dello sguardo, come disciplina che allena a riconoscere ciò che di straordinario ci circonda. Uno sguardo allenato alla bellezza, però, non è uno sguardo che si volta altrove di fronte a ciò che è semplicemente osservabile: comprende anche gli elementi più complessi della realtà, senza che questo abbia alcuna parentela con un giudizio di male assoluto. È, piuttosto, un’analisi lucida, sempre orientata a restituire chiarezza — a trasformare in comprensione, se non in bene, tutto ciò che viene guardato con attenzione.
Quello di Aurée non è dunque uno sguardo giudicante, ma osservante. Non c’è, nelle nostre pagine, un additare qualcuno: c’è un osservare qualcosa, il suo andamento, la sua dinamica interna. Ci dispiace se questo sguardo è stato percepito da qualcuno come un attacco: non è nella sua natura originaria esserlo, ed è un fraintendimento che ci auguriamo queste righe contribuiscano a chiarire.
Ogni realtà, se guardata a fondo, rivela più di una sfaccettatura: ciò che vi si scorge dipende sempre dal punto da cui la si osserva. Noi abbiamo scelto di raccontare le cose così come le abbiamo viste, percepite, osservate tramite gli studi di altri — ma descrivere una dinamica non significa emettere una condanna. Osservare non è giudicare: è, semmai, il primo passo per espandere i propri orizzonti.