A Milazzo, durante InCastro Festival, la performer italiana residente a Copenaghen ci ha guidati in un cammino simbolico tra le mure del castello. L’intervista
di Aurée Magazine
Ci sono spettacoli che si guardano, e ci sono spettacoli che si attraversano. Sirene appartiene a questa seconda categoria, rara e preziosa: non è teatro nel senso classico del termine, ma un percorso da vivere con il corpo, prima ancora che con lo sguardo. Lo abbiamo scoperto venerdì 17 luglio al MuMa – Museo del Mare di Milazzo, dentro le mura del Castello che per due giorni, il 17 e il 18 luglio, hanno ospitato una tappa dell’ottava edizione di InCastro Festival, la rassegna di danza e arte contemporanea che ogni estate anima diversi comuni della provincia di Messina, quest’anno raccolta attorno al tema “Resistere”.
In questo scenario sospeso tra pietra e mare, Sara Vilardo ha portato Sirene, un viaggio performativo e partecipativo che affronta il tema del nostos, il ritorno a casa — lo stesso motivo che attraversa il poema omerico, riletto qui non come epica del viaggio ma come geografia interiore. I partecipanti, cuffie alle orecchie, seguono la voce dell’artista che si alterna ai brani ritmati di Camilla Rosselli, in un paesaggio sonoro che accompagna passo dopo passo, tra ascolto, soste e camminate, un cammino che dallo stupore per la vita scende fino alle ombre della mente, per poi risalire, portando luce su ferite che credevamo dimenticate e che invece restano vive, pulsanti, in ognuno di noi.




Quando la parola cede il posto al corpo
In Sirene la parola non scompare, ma cambia statura: si fa suggerimento, non guida. È il corpo — quello dello spettatore, prima ancora che quello della performer — a diventare protagonista: accoglie, sente, si muove, tesse storie insieme agli altri partecipanti. È un’esperienza che invita a vivere gli spazi del Castello e del MuMa in una dimensione altra, dove ogni angolo diventa tappa di un cammino dell’anima.
Lo spettacolo si apre con un momento di intimità assoluta: una riflessione scritta dalla stessa Sara Vilardo, profondamente personale e autobiografica, che stabilisce fin da subito il patto con il pubblico — qui non si guarda soltanto, si entra. Da lì in avanti, l’esperienza alterna momenti di raccoglimento a momenti di liberazione, scanditi dal respiro, in un crescendo che non ha nulla di dimostrativo e tutto di autentico.
Abbiamo incontrato Sara alla fine della performance, quando il pubblico si è pian piano ricomposto e il Castello ha ripreso il suo silenzio serale. Ci ha raccontato la genesi del progetto con parole semplici e dirette:
“L’idea era quella di parlare della casa come luogo dell’anima, non come spazio fisico, irrisorio. È casa dove c’è amore, è casa dove senti l’abbraccio di tua figlia, è casa dove ricordi gli odori, dove c’è insomma un pezzo di te, del tuo percorso, del tuo vissuto, e questo è l’invisibile che ognuno si porta dietro, ovunque ci si trovi.”
Una definizione di casa che si allontana da ogni idea di confine o di indirizzo, e che restituisce a Sirene il suo senso più profondo: non un viaggio fisico verso un luogo, ma un viaggio interiore verso ciò che di noi resta immutato, ovunque andiamo.



“Ho pensato: è questo che voglio fare”
Sara Vilardo non nasconde che tutto è cominciato da un’illuminazione, quella che spesso segna la vita di chi sceglie l’arte come mestiere e come vocazione insieme:
“Quando ho scoperto il teatro performativo ho pensato: ma che bello, è quello ciò che voglio fare. Così ho iniziato a studiare profondamente e adesso giro parecchio grazie a questo lavoro.”
Ed è proprio questo giro instancabile ad aver costruito, negli anni, la cifra internazionale della sua ricerca. Sara vive e lavora tra Copenaghen e Bruxelles, e la sua formazione racconta un percorso rigoroso e sfaccettato: due master, uno in Advanced Performance & Scenography Studies conseguito in Belgio, e uno in Stage Performance & Visual Culture presso il Museo Reina Sofía e l’Università di Madrid. Un bagaglio che si è arricchito, negli anni, di studi con maestri di scuole diverse — dal teatro fisico alla tradizione della Commedia dell’Arte, dalla danza contemporanea al teatro sensoriale — fino a costruire una pratica artistica che esplora sempre più spesso la dimensione site-specific, portando le sue performance in spazi interattivi e non convenzionali, dove l’attenzione sensoriale e immersiva diventa strumento primo di racconto.
Negli ultimi dieci anni, Sara ha costruito una fitta rete di collaborazioni internazionali, muovendosi con naturalezza tra il ruolo di interprete e quello di co-autrice, tra progetti altrui e creazioni originali. Ma è quando parla del rapporto tra performer e pubblico che il suo sguardo si accende davvero: al centro del suo lavoro c’è la convinzione — quasi una fede laica — che tra chi performa e chi assiste si crei un legame unico, capace di trasformare entrambi.
Un corpo che sa raccontare
Colpisce, in Sara Vilardo, la coerenza tra ciò che dice e ciò che il suo corpo comunica anche solo nello stare in uno spazio. Gli occhi sono espressivi, profondi, quasi capaci di scrutare un oltre che nelle cose comuni resta invisibile ai più — e di catturarlo, restituendolo poi al pubblico attraverso il movimento. È il segno di una professionista che maneggia l’espressione corporea con una confidenza rara, frutto di anni di lavoro su di sé prima ancora che sul palco. Ed è proprio questa confidenza a rendere naturale, quasi inevitabile, il gesto di condurre lo spettatore nel proprio mondo: un mondo dove si può camminare in punta di piedi, certo, ma dove — soprattutto — è semplicemente facile muoversi, riscoprendo un corpo che nella vita quotidiana troppo spesso dimentichiamo di abitare.
Sirene non è un lavoro solitario, e Sara lo sottolinea con la generosità di chi sa che il teatro partecipato nasce sempre da un intreccio di sguardi e competenze: i suoni dei luoghi attraversati, la collaborazione con chi ha reso possibile portare il progetto fino al Castello di Milazzo, dentro una cornice — quella di InCastro Festival — che fa dello spazio non un semplice contenitore, ma un vero e proprio co-autore dell’opera.
Uscendo dal Castello, con il mare di Milazzo che si illuminava all’orizzonte, resta la sensazione di aver fatto, davvero, un piccolo viaggio di ritorno. Non verso un luogo. Verso qualcosa che, come dice Sara, ci portiamo dietro ovunque andiamo.