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Valdemone Domus Festival: il cuore dell’ospitalità siciliana verso l’ultima tappa

Da Tusa a Reitano, da Acquedolci a Sant’Agata di Militello: il viaggio artistico itinerante ideato da Antonietta Filangeri e Vincenzo Merlo continua a restituire alla costa nord-est siciliana i suoi spazi più autentici, tappa dopo tappa

di Aurée Magazine

C’è una differenza sottile ma decisiva tra un evento a cui si deve andare e un evento a cui si vuole andare. Il Valdemone Domus Festival, il progetto itinerante ideato da Antonietta Filangeri e Vincenzo Merlo lungo la costa nord-est della Sicilia, ha scelto senza ambiguità la seconda strada. Non inviti dettati da convenienza, non presenze imposte da un calendario mondano, ma un susseguirsi di appuntamenti costruiti sulla fiducia: quella di padroni di casa che aprono le proprie dimore — private, intime, spesso cariche di storia familiare — per condividere con pochi ospiti la bellezza di un’installazione, di un racconto, di una tavola imbandita.

Dopo la prima presentazione del progetto, in cui il festival veniva definito dai suoi stessi ideatori un “gioco culturale” capace di rompere gli schemi del sistema culturale tradizionale, oggi che il Valdemone Domus Festival è arrivato al suo quinto appuntamento è possibile raccontarlo attraverso ciò che meglio lo definisce: le testimonianze di chi lo ha vissuto, tappa dopo tappa, e di chi lo ha costruito.

Filangeri e Merlo, architetti di spazi (e di senso)

Non è un caso che a ideare il festival siano due professionisti che con l’architettura hanno un rapporto quotidiano. Antonietta Filangeri e Vincenzo Merlo hanno saputo costruire un impianto artistico e culturale che si distingue per autenticità e nobiltà d’essere — categorie rare, oggi, in un panorama culturale spesso appiattito su logiche di visibilità e convenienza. Gli incontri del Valdemone Domus Festival non rispondono a nessuna forzatura: sono spazi puri dell’anima, rivendicati e restituiti a un pubblico che li abita senza il peso di una società che troppo spesso confonde l’apparire con l’essere.

Dalle immagini e dai racconti di chi vi ha preso parte emerge un festival che, tappa dopo tappa, è maturato fino a diventare qualcosa di più di una rassegna culturale: una festa conviviale nel senso più autentico e più siciliano del termine, fatta di canti, di balli spensierati in gruppo, di rituali di un’allegra compagnia che sembra essersi ritrovata nonostante i tempi oscuri di una modernità distratta.

Tra le prime tappe del viaggio c’è quella di Scala di Patti, ospitata da Paola e Giancrisostomo Sciacca della Scala, in un luogo che ha regalato agli intervenuti una delle scenografie più spettacolari dell’intera edizione: una terrazza naturale dirimpetto a Tindari, sospesa tra cielo e mare, in cui — come racconta chi vi ha preso parte — i pensieri si dilatano nel non misurabile. Gli interventi della serata, brevi ma densi di contenuto, sono stati moderati dall’architetto Vincenzo Merlo e hanno visto protagonisti il padrone di casa Giancrisostomo Sciacca, il direttore del Parco Archeologico di Tindari, architetto Natoli, e la dottoressa Shara Pirrotti, che ha offerto una sintesi sugli insediamenti basiliani nella Valdemone.

Nella cornice della terrazza è stata presentata la collezione moda della stilista Cetty Bucca, sfilata da un gruppo di amiche nel ruolo di “modelle”: Adriana Di Pietro, Cettina Aliquò, Rossana Maggiapane, Simona Sidoti, Maria Cristina Saija, Eva e Zibbi Severin, Margherita Puccia e Antonella Raffa. Le fotografie di Silvia Ripoll ed Enrico Guerrera hanno animato le principali superfici architettoniche del luogo, mentre la serata è stata accompagnata dalla musica di Francesco Li Voti alla batteria e Giovanni Squatrito al sax e alla fisarmonica, con gli intermezzi di Federico Chiofalo. In esposizione anche i “Venti di terracotta”, gli ultimi lavori di Antonietta Filangeri — un’installazione esterna composta da quattro venti, Traversone, Africo, Libeccio e Grecale, che ha fatto da sfondo ai relatori — insieme ai bastoni intagliati di Vincenzo Merlo, composti nella nuova esposizione delle ormai quasi quaranta pergamene reinterpretate da chi, nel tempo, ha attraversato e reso feconda l’identità di questo territorio. Un appuntamento che ha richiamato ospiti arrivati, nonostante il gran caldo, da Tusa, Reitano, Acquedolci, Capo d’Orlando, San Marco d’Alunzio, Patti, Sant’Agata di Militello, Casino di Falcone, Milazzo, Messina e Palermo.

Il 25 luglio il festival ha fatto tappa a Reitano, ospite di Casa Troisi, dimora con palmento circondata da ulivi e balle di fieno, dove il buffet è stato allestito proprio tra gli spazi rurali della casa. Protagonista della serata è stata l’esposizione degli abiti di Ignazio Bissoli, che hanno fatto da cornice scenografica all’incontro, mentre l’archeologo Francesco Modica ha guidato gli ospiti in una riflessione sul patrimonio storico e archeologico dell’area amastrina, insieme alla presenza dell’archeologa Michela Costanzi. Una serata dedicata all’incontro tra moda, archeologia e buona cucina, accompagnata come sempre dalla musica — questa volta affidata a Renato Miritello.

Una settimana dopo, il 1° agosto, il festival è approdato ad Acquedolci, in una “domus aurea” ai piedi dell’antica Apollonia, a pochi metri dalla Grotta di San Teodoro dove l’archeologo Bernabò Brea rinvenne i resti della celebre “Thea”. Ad aprire le porte di casa sono stati Donatella Salmeri e Carmelo Zaffora, in un giardino mediterraneo sospeso tra prato, ulivi secolari e vista sul mare eoliano, allestito con le opere pittoriche a olio dello stesso Zaffora. Antonietta Filangeri, che ha raccontato la serata in prima persona, l’ha descritta come un momento catartico, capace di assumere la dimensione di un’agorà senza geometrie — un’immagine felice per restituire quella “bellezza inclusiva lungo i 90 chilometri di costa, come solo i siciliani sanno fare” di cui parla lei stessa. Tra i momenti più intensi, l’introduzione di Donatella Salmeri, capace di riportare gli ospiti alla semplicità di un’infanzia estiva nella campagna dei nonni, e gli interventi dell’architetto Rocco Burgio, che ha ripercorso la storia del territorio dall’epoca geologica agli insediamenti gallo-italici di San Fratello, e dello stesso Carmelo Zaffora, che ha intrattenuto il pubblico con una narrazione mitologica dedicata al significato di Nebros. Non sono mancate la generosità della tavola — tra timballi, caponate, pane cunzato e cous cous — la musica dal vivo di Carmelo Spoto, Attilio Penna, Gianni Ballistreri e Federico Chiofalo, e alcune installazioni che hanno lasciato senza parole i circa cento ospiti presenti: l’automobile-mosaico del maestro Gianni Ballistreri, le proiezioni fotografiche di Silvia Ripoll dissolte nella piscina a sfioro, e le quarantadue pergamene allestite dall’architetto Vincenzo Merlo in sette tepee disposti sotto gli ulivi.

Il percorso del Valdemone Domus Festival non si ferma qui. La prossima e ultima tappa di questa “immisurabile esperienza”, come la definisce Antonietta Filangeri, è attesa per il 29 agosto a Sant’Agata di Militello, ospite del barone Gaetano Ciuppa, che secondo quanto raccontato dagli organizzatori non vede l’ora di chiudere in bellezza un’edizione che, tappa dopo tappa, sta già facendo fermentare nuove idee per il futuro.

A colpire, seguendo il racconto dei diversi appuntamenti, è la coerenza di un progetto che non cerca la spettacolarizzazione, ma la relazione autentica: case vere, aperte da padroni di casa che condividono senza calcolo la bellezza dei propri spazi, in un equilibrio tra arte, memoria storica, convivialità e musica che restituisce al termine domus tutto il suo significato originario. Non un contenitore, ma una soglia — quella attraverso cui il Valdemone Domus Festival continua a invitare la Sicilia a riconoscersi, ancora una volta, in casa propria.

Foto dei presenti gentilmente concesse da Antonietta Filangeri

L'Autore

Elena Grasso

Redattore di Aureè Magazine. Scrive di cultura, estetica e pensiero contemporaneo.