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Bellezza.Pensiero.Creazione.
Arte, Teatro, Spettacolo

Dal 9 maggio al 22 novembre 2026, Venezia ospita la 61ª Esposizione Internazionale d’Arte

Si intitola In Minor Keys ed è un testamento visivo

di Dario Giordano

La curatrice Koyo Kouoh — camerunense-svizzera, direttrice dello Zeitz Museum of Contemporary Art Africa di Città del Capo — è morta il 10 maggio 2025, a 57 anni, pochi giorni dopo essere stata nominata direttrice artistica. Aveva già definito tutto: il titolo, il testo teorico, gli artisti, l’architettura degli spazi. La Biennale ha scelto di realizzare la sua mostra così com’era, senza sostituirla. Un atto di fedeltà e di rispetto nei confronti di una donna che aveva investito anima e risorse perché tutto fosse perfetto.

In Minor Keys — le tonalità minori in musica, quelle associate all’introspezione, alla malinconia, al cordoglio — è il suo testamento visivo. E il titolo, in questo contesto, risuona in modo diverso da come era stato pensato. Non più solo una metafora estetica, ma qualcosa di più vivo e intenso.

Cosa chiede questa Biennale al visitatore

Entrare ai Giardini o all’Arsenale in questa edizione significa accettare un patto preciso: rallentare. Abbandonare l’aspettativa dello spettacolo. In Minor Keys non punta alla grandeur, alle installazioni mastodontiche pensate per i social, alle emozioni immediate e fotogeniche. Chiede ascolto. Chiede che il visitatore si fermi su gesti quasi invisibili, su micro-narrazioni, su opere che parlano sottovoce di memoria, di identità fragili, di mondi ai margini.

Come scriveva Kouoh nel suo testo curatoriale, questa è la Biennale dei “canti di chi genera bellezza nonostante la tragedia”. E quella bellezza, spesso, non arriva subito. Arriva dopo, quando si è già fuori, quando qualcosa che si è visto continua a lavorare dentro.

Il corpo sa prima della mente

C’è una spiegazione scientifica per quello che accade in certi momenti davanti a un’opera. Il corpo reagisce prima ancora che la mente trovi le parole giuste: un respiro che si contrae, una tensione al petto, la pelle che si irrigidisce o, al contrario, si apre. Le neuroscienze chiamano in causa i neuroni specchio — strutture cerebrali che ci permettono di rispecchiare interiormente ciò che osserviamo. Davanti a un corpo dipinto, a un gesto fragile, a una voce registrata che racconta, non ci limitiamo a guardare: in qualche misura riviviamo. L’arte non rappresenta le emozioni, le riattiva.

In casi estremi questa risposta può travalicare ogni controllo. Si chiama Sindrome di Stendhal: tachicardia, vertigini, pianto improvviso, disorientamento. Prende il nome dallo scrittore francese che nel 1817 descrisse il turbamento fisico provato nella Basilica di Santa Croce a Firenze — il cuore che accelerava, le gambe che cedevano. Non è patologia. È il segnale che qualcosa ha raggiunto uno strato profondo, che la bellezza — o la verità di un’opera — ha trovato un varco prima che la mente potesse difendersi.

Perché una Biennale come questa arriva nel momento giusto

Viviamo in un tempo che tende al fragore, alla sovrabbondanza di immagini, alla velocità come unico metro. In Minor Keys va nella direzione opposta. Porta a Venezia 111 artisti da ogni parte del mondo — molti dei quali mai presenti prima a una Biennale — con un’unica indicazione: tornare all’emotivo, al soggettivo, a ciò che resiste alla spettacolarizzazione.

È un invito prezioso. E forse necessario.

L'Autore

Dario Giordano

Redattore di Aureè Magazine. Scrive di cultura, estetica e pensiero contemporaneo.