Aurée, insieme ad Aura Aste e Rosemary Calderone, con la partecipazione straordinaria del Maestro Francesco Vadalà, stanno costruendo, insieme agli allievi del laboratorio Abitare l’Infinito, uno spettacolo dai toni brookiani . La drammaturgia parte dalla caduta dell’uomo che cerca la strada del ritorno — attraverso Sophia, Saul e Giove.
C’è uno spettacolo che sta nascendo, lentamente, con la cura che meritano le cose vere. Un laboratorio teatrale che ha preso forma nei mesi scorsi al Teatro Trifiletti di Milazzo (Me) intorno a uno dei pensieri più radicali e liberi che la filosofia europea abbia mai prodotto: quello di Giordano Bruno, il filosofo di Nola che fu bruciato vivo in Campo de’ Fiori nel 1600 per aver detto che l’universo è infinito — e che ogni sua parte è parte di un tutto senza confini.
L’idea è semplice, come sono semplici le idee profonde: dimostrare, partendo dal pensiero bruniano, che siamo esseri infiniti. Ognuno con le proprie peculiarità, perché parte di un Tutto infinito. La parte che è parte di qualcosa di più grande. Lo spettacolo sta prendendo forma grazie al lavoro di Aurée con Aura Aste e Rosemary Calderone, e la partecipazione straordinaria del Maestro Francesco Vadalà — che stanno aiutando a costruire qualcosa di straordinario: uno spettacolo dai toni brookiani, dove il corpo dell’attore è l’unico strumento e la verità è l’unico obiettivo. La scenografia è scritta. Il lavoro va avanti.



In scena, gente comune che ha deciso di mettersi in gioco. Non attori professionisti — persone che hanno scelto un’esperienza fuori dall’ordinario. Questo è già teatro vero, nel senso più profondo.
La drammaturgia inizia con la caduta. Un uomo — l’Uomo, tutti gli uomini — che voleva vedere la bellezza sul viso della dea Diana. Lei si indigna: gli dice che dimenticherà quello che ha visto, e che dovrà risalire alla verità attraverso la ricerca interiore. Assalito dalla Ragione, dimentico della verità, l’uomo vaga nel mondo e produce aberrazione, omologazione, automatismo.
Qui la Ragione è vista negativamente — al contrario del Bruno storico, che nella ragione vedeva uno strumento di ebbrezza e libertà contro le convenzioni. Nell’Occidente contemporaneo, invece, la ragione ha raggiunto limiti insopportabili: si è fatta calcolo, controllo, misura di ogni cosa. E l’uomo ha bisogno di qualcosa d’altro per ristabilire la verità. Entrano in scena Sophia — la sapienza —, Saul e Giove. Permettono all’uomo di sentire nuovamente a partire dal cuore. Di inondare il corpo e il campo intorno. Di iniziare a ricordare chi è veramente.
In scena, attori non professionisti. Gente comune che ha deciso di mettersi in gioco per un’esperienza fuori dall’ordinario. Ed è già, in questo, teatro vero — il teatro come luogo di incontro, di trasformazione, di verità che non si recita ma si vive. Perché Bruno aveva ragione: siamo infiniti. E ogni volta che lo ricordiamo davvero, qualcosa cambia. Nello spettacolo, e fuori.