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Tra Nebrodi e Peloritani: Sulle tracce delle verdure selvatiche

C’è un momento dell’anno in cui le montagne tra Messina e Catania si riempiono di vita silenziosa. Febbraio, con le sue giornate che cominciano ad allungarsi e il sole che scalda appena un po’ di più, è il mese in cui chi conosce i segreti della campagna siciliana esce di casa con un cestino di vimini e un coltellino. Destinazione: i campi, i margini dei boschi, le radure dove la terra offre spontaneamente quello che un tempo era necessità e oggi è riscoperta.

Sui Nebrodi e sui Peloritani, in quel tratto di Sicilia che abbraccia il messinese e il catanese, febbraio è il mese delle verdure selvatiche per eccellenza. Non è ancora primavera, ma non è più pieno inverno. È il momento perfetto per raccogliere i tesori che la natura regala a chi sa riconoscerli.

I Caliceddi: Piccoli Gioielli amarognoli

Quando si parla di verdure selvatiche di febbraio in queste zone, il pensiero corre subito ai caliceddi. Cavolicelli, cavuliceddi, caluceddu, quaricellu, qualeddu: ogni paese ha il suo nome per questa pianta della famiglia delle Brassicaceae che cresce spontaneamente un po’ ovunque, dai terreni vulcanici dell’Etna ai pascoli dei Nebrodi, fino alle vallate dei Peloritani.

A febbraio i caliceddi sono nel loro momento migliore. I giovani getti, ancora teneri, con le piccole infiorescenze gialle che iniziano appena a comparire, si raccolgono prima che la pianta fiorisca del tutto. Il sapore è quello che ci si aspetta da una verdura selvatica siciliana: leggermente amarognolo, con una nota vegetale intensa che racconta di terra e di libertà. Nei vigneti etnei, da Linguaglossa fino a Bronte, crescono tra i filari come se fossero di casa. Sui Nebrodi, nei campi incolti intorno a Cesarò, San Teodoro e Mistretta, formano macchie verdi che i vecchi del posto sanno riconoscere a colpo d’occhio. E anche sui Peloritani, dove il terreno cristallino offre condizioni diverse ma ugualmente favorevoli, i caliceddi prosperano nei prati e lungo i sentieri.

L’Amaro che fa bene: Senape e Amareddi

Febbraio è anche il regno della senape selvatica, la sinapa come la chiamano qui. Cresce dappertutto nelle campagne del messinese e del catanese, e a febbraio le foglie sono ancora perfette per essere raccolte, prima che la pianta si indurisca con la fioritura. Il sapore è amarognolo e leggermente piccante, quel tipo di amaro che divide le persone: o lo ami profondamente o proprio non lo sopporti.

I vecchi dicono che la senape è una verdura “caura”, calda, che può irritare se consumata in eccesso. Ma sanno anche che, dosata bene, è perfetta per accompagnare le carni grasse, per bilanciare i sapori forti della salsiccia o del maiale. Insieme alla senape crescono gli amareddi, parenti stretti che portano nel nome la loro caratteristica principale. Brassica incana, per i botanici, ma per chi le raccoglie sono semplicemente quelle “foglie amare” che si trovano negli stessi posti della senape e che finiscono nella stessa padella, ripassate con aglio, olio e peperoncino.

I Giri e la Cicoria: Compagne fedeli

Le bietole selvatiche, i “giri” in dialetto, sono le compagne fedeli di ogni raccoglitore. A febbraio sono ancora tenere, abbondanti lungo i margini delle strade di campagna, nei campi incolti che costeggiano i boschi dei Nebrodi e dei Peloritani. Non sono difficili da riconoscere e non sono esigenti: crescono praticamente ovunque, dal livello del mare fino a quote medio-alte. Prima che arrivi il caldo di primavera e le faccia diventare fibrose, febbraio è il momento ideale per raccoglierle.

E poi c’è la cicoria selvatica, la cicoina, che nelle zone più miti del messinese e del catanese inizia già a fare capolino a febbraio. Le foglie giovani, dal sapore amarissimo che è un marchio di fabbrica, sono quelle più apprezzate. C’è chi le mangia crude in insalata, ma la maggior parte le preferisce cotte, dove l’amaro si stempera leggermente ma resta presente, deciso, inconfondibile.

Il Territorio: Tra boschi e vulcani

I Monti Nebrodi e i Peloritani sono due catene montuose che disegnano il profilo della Sicilia nord-orientale. Gli Arabi chiamavano i Nebrodi “l’isola nell’isola”, e non avevano torto. Tra i comuni di Cesarò, San Teodoro, Sant’Agata di Militello, Mistretta e Troina, i boschi si alternano a pascoli e campi dove le verdure selvatiche crescono rigogliose. Ci sono raccoglitori che gestiscono decine di ettari dove queste piante spontanee vengono lasciate crescere liberamente, raccolte con cura e trasformate in prodotti che finiscono sulle tavole di chi cerca il sapore autentico.

I Peloritani, più vicini allo Stretto di Messina, hanno un carattere diverso. I suoli cristallini ospitano le stesse varietà ma con sfumature di sapore leggermente diverse. E poi c’è l’Etna, il vulcano che domina il paesaggio catanese e che regala ai caliceddi un terreno ricco di silicio, perfetto per farli crescere saporiti. Tra Bronte, Linguaglossa, Adrano e Biancavilla, i vigneti e i pometi sono punteggiati da queste verdure spontanee che crescono spontanee.

Raccogliere con Rispetto

Uscire per i campi a febbraio, quando l’aria è ancora fresca ma il sole comincia a scaldare, è un’esperienza che riconcilia se stessi con i ritmi lenti. Ma raccogliere verdure selvatiche non è una passeggiata qualsiasi: serve conoscenza, serve rispetto. Le nonne lo sapevano bene e lo ripetevano sempre: mai raccogliere da soli se non si è sicuri al cento per cento di riconoscere la pianta. Alcune verdure commestibili assomigliano pericolosamente a piante tossiche, e sbagliare può costare caro.

Si raccolgono solo le parti giovani, quelle tenere, lasciando sempre alcune piante per garantire che la natura continui il suo ciclo. Non si estirpano le radici, si tagliano solo foglie e getti. E si evitano le zone vicine alle strade trafficate o ai campi trattati con prodotti chimici. È un patto silenzioso tra chi raccoglie e la terra: prendo quello che mi serve, ma ti lascio vivere.

Un Ritorno alle Radici

Quello che una volta era necessità – andare per campi a raccogliere verdure per mettere qualcosa in pentola – oggi sta diventando scelta. Sui Nebrodi e sui Peloritani, giovani che hanno studiato fuori e sono tornati stanno riscoprendo questo patrimonio. Organizzano tour esperienziali, insegnano a riconoscere le piante, trasformano le verdure selvatiche in prodotti gourmet che portano il sapore autentico di questi monti lontano dall’isola.

Ogni foglia raccolta è un filo che lega il presente alle generazioni, a una Sicilia che sa ancora di genuino, di fatica onesta, di sapori che non si trovano al supermercato. È questo il vero viaggio nelle verdure selvatiche: non solo un’esperienza gastronomica, ma un ritorno a casa.

Elena Grasso

L'Autore

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Redattore di Aureè Magazine. Scrive di cultura, estetica e pensiero contemporaneo.

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