Lo spettacolo diretto da Elena Grasso conquista il pubblico con una riflessione sull’uomo contemporaneo e sul rapporto tra coscienza, libertà e natura
MILAZZO – Un teatro essenziale, privo di artifici, dove il corpo e la voce tornano a essere protagonisti. È questa la cifra dello spettacolo-studio andato in scena il 19 giugno al Teatro Trifiletti di Milazzo, sotto la regia di Elena Grasso, in una serata che ha coinvolto il pubblico in un percorso di ricerca artistica e umana ispirato al pensiero di Giordano Bruno.
L’iniziativa nasce da un lavoro teatrale che ha coinvolto un gruppo di attori amatoriali, per molti dei quali si è trattato della prima esperienza sul palcoscenico. Una sfida accolta con entusiasmo e dedizione, che ha permesso ai partecipanti di avvicinarsi a una concezione del teatro lontana dall’intrattenimento fine a sé stesso e più vicina alla sua dimensione originaria: quella di spazio di conoscenza, trasformazione e consapevolezza.
Dal pensiero di Giordano Bruno una riflessione sul presente
Lo spettacolo prende avvio da una domanda che attraversa il tempo: cosa accade quando l’uomo dimentica la propria natura più profonda?
Da questa riflessione si sviluppa una narrazione simbolica che conduce dalla dimenticanza al risveglio, dall’oblio al riconoscimento. Un percorso che trova ispirazione nelle intuizioni filosofiche di Giordano Bruno, pensatore della libertà, dell’infinito e di una conoscenza capace di superare ogni limite imposto dalle convenzioni.
Particolare rilievo assume il dialogo con Lo Spaccio della Bestia Trionfante, opera nella quale il filosofo propone una radicale rigenerazione morale e spirituale dell’essere umano. A secoli di distanza, quelle parole continuano a interrogare il presente con una forza sorprendente, restituendo uno sguardo critico su una società spesso dominata dalla competizione, dall’individualismo e dalla perdita di senso.
Natura e coscienza: il centro della ricerca scenica
Al centro della rappresentazione emerge la Natura, intesa non come semplice elemento paesaggistico ma come principio vivente e manifestazione di una verità che si offre a chi è disposto ad ascoltare.
La natura, nello spettacolo, diventa il luogo del ritorno e del riconoscimento, il punto in cui l’uomo può ritrovare il legame con sé stesso e con il mondo. A essa si contrappone simbolicamente una realtà sempre più tecnocratica, aggressiva e alienante, che spinge l’individuo a identificarsi esclusivamente con la dimensione materiale dell’esistenza.
Da questa tensione nasce il cuore della ricerca teatrale: la possibilità di un cambiamento, di una riconciliazione tra ciò che siamo e ciò che abbiamo dimenticato di essere.
Il teatro come voce incarnata
Più che raccontare una storia, lo spettacolo ha cercato di trasformare il teatro in esperienza viva.
La parola filosofica non viene semplicemente pronunciata, ma attraversa il corpo degli interpreti e si fa presenza scenica. In questo senso il teatro diventa una forma di testimonianza, una voce incarnata che invita a guardare oltre le maschere sociali e le convenzioni.
Anche il simbolo del fuoco assume un significato centrale. Non rappresenta la condanna, ma la purificazione; non la fine, ma il passaggio. Attraverso il fuoco si compie una trasformazione che conduce a una nuova consapevolezza, capace di restituire valore all’amore come forza rigeneratrice e principio di armonia.
Una visione che richiama direttamente l’idea bruniana dell’infinito: un universo senza confini nel quale ogni cosa è collegata all’altra e partecipa di un unico movimento vitale.
Attori, collaborazione e lavoro di gruppo
Uno degli aspetti più significativi del progetto è stato il coinvolgimento di persone provenienti da attività professionali estranee al teatro, accomunate dalla volontà di mettersi in gioco e di sperimentare nuove possibilità espressive.
Sul palco Ingrid Arria, Grazia Inferrera, Loredana Celebre, Imma Barillari, Emiliana Fiorello, Cettina Bucca e Giuseppe Lucchesi, con la partecipazione di Stefano Impallomeni.
La regia di Elena Grasso si è avvalsa della collaborazione di Aura Asta, aiuto regista e curatrice delle scenografie, e di Rosemary Calderone, contribuendo alla costruzione di un impianto scenico essenziale ma fortemente evocativo.
L’accoglienza del pubblico al Teatro Trifiletti
Numerosa la partecipazione del pubblico, che ha seguito con attenzione e coinvolgimento l’intero percorso scenico.
Gli applausi finali hanno confermato l’efficacia di una proposta teatrale capace di sorprendere proprio per la sua essenzialità e per la profondità dei temi affrontati. Un teatro che sceglie di interrogare piuttosto che fornire risposte, di evocare anziché spiegare, restituendo alla scena il compito antico di mettere l’essere umano di fronte a sé stesso.