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Dal telaio alla passerella: Marella Ferrera e l’arte siciliana del ricamo

C’è un gesto antico che le mani conoscono ancora prima che la mente lo ricordi. È il movimento dell’ago che attraversa la tela, del filo che si tende e si allenta, del pollice e dell’indice che guidano qualcosa di sottile verso un disegno che ancora non si vede. Chi ha guardato una nonna ricamare lo sa: c’è qualcosa in quel ritmo che non appartiene alla fretta. Appartiene a un altro tempo — più lento, più denso, più vero.

In Sicilia, questo gesto ha radici che affondano nel IX secolo. È qui che nasce lo sfilato siciliano, una delle tecniche di ricamo più preziose e complesse che l’artigianato italiano conosca: un lavoro su tela di lino finissimo, in cui i fili vengono letteralmente “sfilati” per creare una rete, poi intramata con ago e filo di seta per formare motivi di fiori, foglie, volute, rosoni. Un lavoro che richiede ore, giorni, settimane. Un lavoro che non si può fare di fretta.


Un filo lungo secoli

Le tracce dello sfilato siciliano arrivano dall’Oriente, portate dalle dominazioni arabe che trasformarono l’isola in un crocevia di culture e saperi. I Normanni poi ne affinarono la tecnica, i monasteri la custodirono, le donne di paese la trasmisero di generazione in generazione attraverso il rito silenzioso del corredo. Ogni lenzuolo ricamato, ogni asciugamano finemente lavorato era un atto d’amore — e anche una dichiarazione: di identità, di cura, di appartenenza.

Nel 2007, la Regione Siciliana ha iscritto lo sfilato siciliano nel Registro delle Eredità Immateriali dell’UNESCO. Un riconoscimento doveroso per un’arte che più volte ha rischiato di scomparire, travolta dall’industrializzazione, dal cambiamento dei costumi, dall’oblio.

A tenerla in vita, oggi, ci sono soprattutto donne. Come quelle della Onlus Mani d’Oro di Solarino, nel Siracusano, fondata nel 1999 dalla professoressa Lucia Mangiafico con un obiettivo preciso: recuperare l’arte del ricamo e trasmetterla alle nuove generazioni. Il percorso dura tre anni. Annessa alla scuola, una mostra storica permanente di pizzi e ricami racconta la storia lunga di questo sapere. Il nome scelto — Mani d’Oro — non è casuale: ricorda come le ricamatrici venivano chiamate nelle campagne siciliane, sedute sull’uscio di casa o sui balconi, a lavorare insieme, a chiacchierare, a fare comunità intorno a un telaio.


Il filo nell’alta moda: Marella Ferrera

C’è però chi ha preso quel filo antico e lo ha portato sulle passerelle internazionali, trasformandolo in linguaggio contemporaneo senza tradirne l’anima. Si chiama Marella Ferrera, ed è una delle voci più originali dell’alta moda italiana.

Nata a Catania nel 1960, cresciuta “tra le pezze” — come lei stessa racconta — in una famiglia in cui la sartoria era pane quotidiano fin dagli anni Sessanta, Marella Ferrera debutta nel 1993 ad Alta Moda Roma e viene subito acclamata come rivelazione dell’anno. Ma quello che la distingue da ogni altra stilista non è solo il talento sartoriale: è la materia con cui lavora. Pietra lavica, ossidiana, corallo di Sciacca, fili di rame, terracotta. La Sicilia, letteralmente cucita addosso.

I suoi ricami raccontano le maioliche di Caltagirone, le ceramiche barocche, la lava nera dell’Etna. Per un abito da sposa presentato al Ravenna Festival nel 2003, ha cucito insieme sessanta tipi diversi di ricami siciliani — un patchwork di memorie e tecniche che è anche un atto d’amore verso la propria terra. Oggi il suo Museum & Fashion a Palazzo Biscari, nel cuore del centro storico di Catania, è insieme atelier, museo della moda e museo della grazia: un luogo in cui il confine tra arte e sartoria smette di esistere.

Per Marella Ferrera il ricamo non è decorazione: è scrittura. Ogni punto è una parola, ogni filo è una frase. Le sue collezioni non si guardano soltanto — si leggono.


Quando il filo cura

C’è un dato che la scienza moderna conferma, e che le ricamatrici siciliane sapevano già senza bisogno di studi: lavorare con le mani fa bene. Profondamente bene.

Ricerche condotte negli ultimi anni hanno dimostrato che il lavoro a maglia, il ricamo e l’uncinetto riducono ansia e stress, abbassano la pressione arteriosa, rallentano il declino cognitivo. I movimenti ripetitivi e ritmici del filo inducono nel cervello uno stato simile alla meditazione, con rilascio di endorfine e riduzione del cortisolo. C’è persino chi ha paragonato il movimento degli occhi che seguono il filo da un lato all’altro della tela alla tecnica psicoterapeutica dell’EMDR, usata per elaborare traumi.

Ma al di là dei dati, c’è qualcosa che chi ricama conosce intimamente: il filo obbliga a stare nel presente. Non si può pensare al futuro con l’ago in mano — o almeno, non si può farlo bene. Quella concentrazione silenziosa, quel contare i punti, quel seguire un disegno che emerge lentamente dal nulla, è una forma antica di mindfulness. Una pratica di cura che non ha bisogno di un nome per essere vera.

Le donne che si sedevano sull’uscio di casa a ricamare insieme non lo chiamavano terapia. Lo chiamavano semplicemente vita.


Forse è questo il senso più profondo dello sfilato siciliano: non è solo un’arte tessile. È una filosofia del fare lento, del costruire con pazienza, del lasciare che le mani portino dove la testa da sola non arriverebbe mai. Un filo che attraversa la tela e, nel farlo, attraversa anche chi lo tiene.

L'Autore

Elena Grasso

Redattore di Aureè Magazine. Scrive di cultura, estetica e pensiero contemporaneo.