Santa Lucia del Mela, il rito di San Brasi: memoria, fede e identità
Ogni 3 febbraio, a Santa Lucia del Mela (Messina), si rinnova uno dei riti più antichi e sentiti della Sicilia orientale: la festa di San Biagio, o San Brasi nel linguaggio dei fedeli. Un appuntamento che intreccia devozione popolare, memoria storica e simbologia arcaica, mantenendo viva una tradizione che attraversa secoli e generazioni.
A custodire e raccontare questa storia è Salvatore Bella, discendente di una delle famiglie che da generazioni organizzano e tramandano la rappresentazione votiva. Un’eredità che non si limita alla rievocazione, ma vive nel gesto, nel corpo e nella fede.
Il momento decisivo per Salvatore Bella arriva a dodici anni, quando Don Carmelo Ragusa, figura storica del paese, lo manda da solo a compiere i giri votivi. Senza corteo, senza protezione. È il passaggio simbolico del testimone. Da allora, Bella diventa custode di una tradizione che rischiava di scomparire.
Negli anni, la partecipazione cresce: da pochi giovani cavalieri a decine di fedeli provenienti anche dalla Calabria, dalla Puglia, da Adrano, Agrigento, Niscemi. Una rete che restituisce a Santa Lucia del Mela il ruolo di centro identitario e spirituale che aveva già in epoca borbonica.

La devozione dei pastori
San Biagio è compatrono di Santa Lucia del Mela. Nel paese è custodito il braccio simbolico d’argento del santo, che viene portato in processione durante le celebrazioni religiose. Pastori e contadini hanno sempre nutrito una devozione particolare verso San Brasi, considerato, insieme a Sant’Antonio, protettore degli animali. Se Sant’Antonio veglia sugli animali da lavoro, a San Biagio vengono affidati quelli che accompagnano il pastore nella vita quotidiana: cavalli, asini, cani, gatti.
La pratica più antica è quella dei giri votivi attorno alla cattedrale, compiuti generalmente a cavallo. “I nostri nonni dicevano che il 3 febbraio si doveva andare comunque, pioggia o neve», racconta Salvatore Bella. I giri sono tre, dedicati al Padre, al Figlio e allo Spirito Santo. Un gesto semplice, ripetuto, carico di significato”.
Un rito che affonda nella storia
Le origini della tradizione risalgono a quando Santa Lucia del Mela era sede vescovile e punto di riferimento spirituale per un vasto territorio. Pastori provenienti da tutta la Sicilia orientale – da Terme Vigliatore a Villafranca – arrivavano con cavalcature e cani per ricevere la benedizione degli animali.
Il numero dei giri votivi non è casuale. Il tre, ricorrente nella simbologia cristiana, affonda anche in una numerologia più antica, legata alla storia del Regno delle Due Sicilie e a significati simbolici che la Chiesa ha progressivamente integrato. In alcuni casi, i giri potevano diventare sette o ventuno, a seconda della gravità delle disgrazie subite: malattie del bestiame, carestie, perdite improvvise.
Il percorso, lungo circa 800 metri attraverso il paese, è scandito da un rituale preciso. Al termine di ogni giro il capostipite annuncia ad alta voce: “il primo di San Brasi”, “il secondo di San Brasi”, “il terzo di San Brasi”. Solo allora il sacerdote esce per impartire la benedizione, seguita dall’acquisizione del cero votivo.
Il rito e il dialogo con la Chiesa
Fondamentale per la continuità del rito è stato Monsignor Raffaele Insana, che circa vent’anni fa ha formalizzato una preghiera specifica per i giri votivi; recitata in dialetto, guidata dalla voce e risposta coralmente dai cavalieri:
«O San Brasi, protettore degli animali di questa terra,
scansa fame e peste, e nell’estremo, scansa mala morte».
Segue la litania: «Per diecimila volte preghiamo San Brasi». Ancora una volta, la numerologia ritorna, caricando il gesto di un significato che va oltre il semplice rito.



Per anni il rito è rimasto ai margini, custodito quasi esclusivamente dalla devozione dei fedeli. Oggi grazie ad u rinnovato dialogo con la Chiesa, questa tradizione, risplende di una luce rinnovata, mistica e intensa, come se lo Spirito divino fosse sceso nei cuori, aprendo un varco per la fede.
Non è un caso che la celebrazione di San Biagio trova il suo naturale collocamento simbolico nel solco della Candelora, che si festeggia il 2 febbraio, giorno dedicato alla luce. Una prossimità tutt’altro che casuale. “C’è un legame profondo con la luce che si apre al nuovo inizio”, osserva Salvatore Bella, richiamando il senso di passaggio che attraversa l’intero rito. È la luce che segna la fine di un ciclo e l’avvio di un altro, la stessa che, ogni anno, accompagna Santa Lucia del Mela nel rinnovarsi della sua memoria più antica.
Elena Grasso
Foto in copertina di Carlo Aloi