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Oltre la Scuola

Con la Legge 22/2025 l’educazione emotiva entra nelle scuole italiane. Ma siamo pronti?

Riconoscere, nominare e orientare le proprie emozioni è una competenza che si impara. E che cambia tutto — a scuola, nel lavoro, nella vita. Qualche scuola in Sicilia orientale lo fa già

Ci sono cose che non si imparano sui libri. Non perché siano irrazionali o misteriose, ma perché richiedono un altro tipo di attenzione — quella rivolta verso l’interno, al proprio corpo, alle proprie reazioni. L’intelligenza emotiva è una di queste. E per lungo tempo, in Italia, la scuola ha fatto finta che non esistesse.

Non tutti masticano le emozioni con la stessa facilità. C’è chi nasce con una sensibilità emotiva spiccata, chi sa esprimere quello che sente meglio degli altri, chi riesce a riconoscere le proprie emozioni e dargli un giudizio — utile o dannosa per la mia vita? — e chi invece non riesce ad esprimerle affatto. Le porta dentro come un peso senza nome. Perché dare un nome alle emozioni è già un atto di potere su di esse: è il primo passo per orientarle, canalizzarle, trasformarle in qualcosa di costruttivo invece che in qualcosa che blocca.

Foto di Rainier Ridao

Dare un nome alle emozioni è già un atto di potere su di esse. È il primo passo per poterle orientare — invece di esserne travolti.

La scuola italiana ha storicamente premiato chi conosce più cose, chi sa i libri a memoria, chi sa le tabelline. Un modello che affonda le radici nella lezione frontale di stampo novecentesco: il sapere come accumulo intellettuale, l’idea che il più bravo sia chi sa il maggior numero di nozioni. Un’impostazione che ha prodotto generazioni di persone competenti e, spesso, incapaci di stare con se stesse e di comprendere gli altri.

Le ricerche scientifiche dicono altro da decenni. Gli studi sulla didattica dell’intelligenza emotiva — tra cui quelli raccolti da Stefano Centonze e dalla Scuola di Intelligenza Emotiva — dimostrano che le competenze emotive migliorano le relazioni interpersonali, rafforzano la salute mentale e favoriscono il successo scolastico e professionale. Il premio Nobel James Heckman ha dimostrato la centralità delle competenze non cognitive in ogni stadio della vita. L’UNESCO ha definito l’intelligenza emotiva come una delle più grandi conquiste della modernità.

Qualcosa, finalmente, si muove anche in Italia. Il 19 febbraio 2025 il Parlamento ha approvato la Legge n. 22, pubblicata in Gazzetta Ufficiale il 5 marzo 2025: una legge che introduce lo sviluppo delle competenze non cognitive nei percorsi scolastici e formativi, con una sperimentazione triennale che parte dalle scuole secondarie. Non è ancora un obbligo esteso a tutti — ma è un riconoscimento formale, e i riconoscimenti formali, nel tempo, diventano cultura.

In Sicilia orientale qualcosa si muove già. Alcune realtà scolastiche — tra cui istituti comprensivi nel Messinese e scuole paritarie catanesi che lavorano con metodologie esperienziali — hanno introdotto percorsi di educazione emotiva attraverso il teatro, il movimento e il disegno. Strumenti che la lezione frontale non prevede, ma che la vita richiede ogni giorno. Sono ancora eccezioni. Ma sarebbe bello che diventassero la regola — che ogni bambino imparasse a scuola non solo le tabelline, ma anche il nome di quello che sente.

Foto in copertina di ling hua

L'Autore

Elena Grasso

Redattore di Aureè Magazine. Scrive di cultura, estetica e pensiero contemporaneo.