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Moda e Ambiente: Nasce la Rivoluzione Ecosostenibile

Una nuova idea di moda nasce dagli scarti vegetali

Qualcosa si sta muovendo nel mondo della moda. Dopo decenni dominati dalla logica del “usa e getta” e della produzione di massa, sempre più brand, designer e startup stanno scommettendo su un modello completamente diverso: la moda ecosostenibile. Un cambio di rotta che non riguarda solo i materiali, ma anche la filiera produttiva, i diritti dei lavoratori e il rispetto dell’ambiente.

L’idea non è nuova: i primi movimenti ambientalisti degli anni ’60 e ’70 avevano già sollevato il tema del consumo responsabile. Ma la vera svolta arrivò nel 2013, con il crollo del Rana Plaza in Bangladesh, un edificio che ospitava fabbriche tessili e che causò oltre 1.100 morti. Quell’evento sconvolse l’opinione pubblica mondiale e diede vita al movimento Fashion Revolution, spingendo consumatori e aziende a fare i conti con le conseguenze umane e ambientali della moda a basso costo.

Oggi la moda ecosostenibile si fonda su principi chiari: utilizzo di materie prime meno inquinanti, tecnologie produttive più efficienti, riduzione degli sprechi di acqua ed energia, paghe eque, nessuno sfruttamento del lavoro, impiego del riciclo e di stoffe ecologiche come seta, lino e canapa, e sostituzione di pelli animali con materiali alternativi.


Il problema del fast fashion: un modello da superare

Per capire perché questa rivoluzione sia necessaria, è utile ricordare brevemente da cosa si sta cercando di uscire. Il fast fashion — le grandi catene di abbigliamento che puntano su prezzi bassissimi, collezioni rapidamente rinnovate e vendita compulsiva — ha avuto un impatto devastante sul pianeta e sulle persone.

Il settore della moda emette ogni anno più di un miliardo di tonnellate di gas serra, pari al 2% delle emissioni globali totali. È una delle industrie più inquinanti per le risorse idriche: si stima che il 20% dell’inquinamento delle acque industriali nel mondo sia causato dal trattamento e dalla tintura dei tessuti. A questo si aggiunge l’uso massiccio di pesticidi, coloranti tossici e sostanze chimiche aggressive, oltre a un consumo energetico enorme con scarso ricorso alle fonti rinnovabili.

Sul fronte sociale, le multinazionali del fast fashion delocalizzano la produzione in paesi a basso costo del lavoro, spesso ricorrendo a condizioni lavorative disumane o al lavoro minorile. E poi c’è la logica dello spreco: i capi invenduti vengono bruciati, quelli acquistati vengono gettati quasi subito — troppo economici per valere la pena di farli riparare.

Orange Fiber

I nuovi tessuti vegetali: dalla Sicilia al mondo

È in questo contesto che si inseriscono alcune delle innovazioni più promettenti degli ultimi anni: tessuti ricavati direttamente da scarti vegetali o da piante rinnovabili, capaci di competere con i materiali tradizionali per qualità, con un impatto ambientale drasticamente ridotto.

Orange Fiber — La seta degli agrumi siciliani

L’esempio più straordinario viene dalla Sicilia. Orange Fiber è una startup fondata a Catania nel 2014 da Adriana Santanocito ed Enrica Arena, nata dall’intuizione di trasformare il pastazzo — lo scarto della spremitura di arance e limoni — in una fibra tessile biodegradabile simile alla seta. Il processo, brevettato in collaborazione con il Politecnico di Milano, estrae la cellulosa dagli scarti agrumicoli e la trasforma in un filato leggero, traspirante e resistente alle pieghe, senza l’uso di sostanze chimiche nocive.

Solo in Italia, la filiera degli agrumi produce tra 700.000 e un milione di tonnellate di scarti ogni anno: Orange Fiber ne fa una risorsa invece che un problema. I tessuti ottenuti sono già stati utilizzati da Salvatore Ferragamo per una capsule collection nel 2017, da H&M nella sua Conscious Exclusive Collection nel 2019, e più di recente dalla casa napoletana E. Marinella. Nel 2021, la partnership con il gruppo Lenzing ha dato vita alla fibra TENCEL™ Limited Edition x Orange Fiber, un prodotto che unisce eccellenza del Made in Italy e sostenibilità circolare. L’azienda ha ricevuto numerosi riconoscimenti internazionali, tra cui il Global Change Award e il Vogue Yoox Challenge 2021.

Piñatex — La pelle delle foglie d’ananas

Un altro materiale innovativo che sta conquistando l’industria della moda è il Piñatex, sviluppato dalla startup britannica Ananas Anam, fondata dalla spagnola Carmen Hijosa riprendendo una tecnica artigianale filippina risalente al XVI secolo. Il tessuto è ricavato dalle fibre delle foglie di ananas, uno scarto agricolo che normalmente viene bruciato o lasciato marcire. Il risultato è un materiale resistente e flessibile, alternativo alla pelle animale, che ha trovato applicazione in borse, scarpe e accessori per brand come Hugo Boss e Nike.

Bananatex — Il tessuto biodegradabile dal banano

Bananatex nasce invece dalla collaborazione tra il brand svizzero di borse QWSTION e partner asiatici specializzati nella tessitura. La materia prima è la pianta Abacá (Musa textilis), una varietà di banano coltivata nelle Filippine senza pesticidi né irrigazione intensiva, capace di favorire la riforestazione di aree degradate dalle monocolture di palma da olio. Il risultato è un tessuto resistente, impermeabile (grazie a un rivestimento di cera d’api) e completamente biodegradabile, che si rigenera in un anno. Tra i brand che lo hanno adottato figurano H&M, Stella McCartney, Balenciaga e COS.


La strada è ancora lunga, ma questi esempi dimostrano che un’alternativa concreta al fast fashion esiste già — e spesso nasce proprio da ciò che finora veniva considerato uno scarto.

Lavinia Mingarelli

L'Autore

Lavinia Mingarelli

Redattore di Aureè Magazine. Scrive di cultura, estetica e pensiero contemporaneo.