Tutto ciò che percepiamo fa parte di una realtà. È la nostra realtà, quella che creiamo, quella del nostro orto. Voltaire lo sapeva bene quando, con la sua celebre frase «Il faut cultiver notre jardin» (bisogna coltivare il proprio orticello), aprì la visione a un mondo. Quel mondo era quello razionale, illuminista, che intendeva per vero ciò che i sensi potevano dimostrare. Una tradizione millenaria che fa capo ad Aristotele e che indica la strada della verità a partire dalle quattro cause principali: materiale (di cosa è fatto), formale (l’essenza o forma), efficiente (chi o cosa produce il cambiamento) e finale (lo scopo, il fine per cui esiste). Una visione culminata con l’apoteosi della scienza moderna di Cartesio e Galileo Galilei, che bandiva tutto ciò che non poteva essere percepito dai sensi, etichettandolo come magia o stregoneria.
L’indicazione era dettata dalla Chiesa, che difendeva il pensiero razionalista — che essa stessa aveva supportato a favore delle dimostrazioni dell’esistenza di Dio — e rigettava come stregoneria ciò che non rientrava nel controllo della ragione umana. E così il rogo era la pena ordinaria per coloro che vedevano senza gli occhi e guarivano senza essere medici: costoro erano impostori, uomini contrari alla fede e servitori di Satana. Giordano Bruno fu uno di loro, Giovanna d’Arco anche.
Ma proprio in questi giorni, intervistando una matura Monica Guerritore — che a Giovanna d’Arco prestò la sua voce e il suo corpo nell’opera andata in scena nei teatri italiani tra il 2005 e il 2007, poi ripresa tra il 2018 e il 2019 — capiamo quanto quella forza invisibile che rese grande una donna perseguitata e non compresa sia ancora oggi attuale. È l’attualità di ogni donna moderna, che deve all’intuito una parte della propria salvezza. Quel “vedere” che appartiene a ogni essere femminile su questa terra, a colei che genera, che sa prima ancora delle parole, che agisce mossa da un’energia vitale interiore e che non necessita di spiegazioni assolute per comprendere come vera una cosa.
È in questo senso che voglio fare appello al sesto senso, quell’indicatore invisibile di verità che non obbedisce alla classificazione della conoscenza anatomica; quel terzo occhio che abbiamo dimenticato, che l’energia vitale illumina: la forza primordiale che tiene in vita gli esseri viventi. Abbiamo dimenticato il legame con quel sentire e vedere che ci appartengono, e che in misura maggiore appartengono alle donne, non perché siano superiori, ma perché da esse nasce la vita.
Quello sguardo profondo che entra dentro le cose e che abbiamo delegato alla superficialità di un’osservazione scientifica arida. Non la lucida freddezza della consapevolezza, non quella che scaturisce dalla forza, ma una freddezza gelida, distante, grigia. E se solo oggi la fisica quantistica si interroga su forme di percezione oltre i sensi — come nel caso della propriocezione, ovvero la capacità di percepire la posizione del proprio corpo senza l’ausilio della vista — questa dimensione, soprattutto in Oriente, è conosciuta da millenni.
Sono le arti marziali a portare con sé l’idea che non esiste separazione tra dentro e fuori, tra forma e sostanza, e che tutto fluisce in un punto di equilibrio: il momento esatto in cui un guerriero sa di potersi muovere o attaccare, percependo l’avversario ancora prima della sua azione. Non è magia né profezia: è il ricordo di ciò che siamo, particelle più o meno organizzate che custodiscono un’energia vitale in grado di informare tutte le cose del mondo. Un’energia non materiale, dunque, non visibile a occhio nudo, e non percepibile attraverso i tradizionali cinque sensi.
Nonostante evidenze scientifiche ed esperimenti extrasensoriali svolti anche in ambito militare, il mondo medico-scientifico stenta ad affermare l’esigenza di introdurre il sesto senso nella visione comune. È, in fondo, un altro modo di rinnegare l’espressione femminile dell’esistenza. Il sesto senso viene ancora associato al ‘sesso fragile’, alle emozioni, ai sentimentalismi: siamo lontani dall’accettarlo come strumento orientante delle nostre scelte. Non è un senso da allenare, ma qualcosa da temere o da ignorare, perché ritenuto errante rispetto alla direzione ‘corretta’ dettata dai cinque sensi.
Ma la vita continua oltre il corpo, e ciò che vediamo è solo una porzione infinitesimale di un universo molto più vasto di quel piccolo orticello evocato da Voltaire. Non esiste un orticello, ma un campo infinito di percezione e possibilità, di cui possiamo cogliere solo una minima parte. Accorgersi dell’esistenza di una dimensione ultrasensoriale potrebbe condurre a una svolta, soprattutto nella scienza medica.
La medicina omeopatica, la fitoterapia, l’Ayurveda, la medicina cinese, la radioestesia, la biorisonanza sono alcuni esempi di un diverso modo di intendere la salute umana: non solo a partire dall’osservazione classica, ma guidata dai cinque sensi… e oltre.
Mentre noi ci orientiamo tra il certo e l’incerto, esiste anche una parte della scienza che teorizza l’esistenza di dimensioni ulteriori; la teoria delle stringhe è una queste: dimensioni che vibrano in un eterno presente, pronte a manifestarsi a seconda delle probabilità. Per intenderci, come farebbe un attore che entra ed esce dai propri personaggi e dai mondi che essi abitano: una coscienza che si apre ora a una, ora all’altra dimensione.
Alla luce di tutto questo, parlare soltanto di sensi fisici risulta riduttivo, così come fermarsi alla constatazione visiva di una presenza.
«C’è un senso nell’aria, qualcosa che non si tocca né si vede: è un sentire che orienta la mia azione, la fa essere, e mi fa dire: “ecco, è così”».